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Immobilismo e tendenza alla subordinazione

by Stefano Quadri

Mentre la Società Italiana ha un notevole bisogno di cambiare e rinnovarsi per essere sempre al passo coi tempi, l’apparato politico continua ad inchiodarci al trapassato remoto, imponendoci modelli superati e che non hanno più ragione di esistere.

Invece di governare il cambiamento di cui abbiamo estremo bisogno, ci coinvolgono in tematiche che nulla hanno a che fare con il progresso umano, sociale, filosofico, culturale ed economico.

Ed oggi ci ritroviamo, ancora una volta, a dover fare i conti con un ritardo cronico rispetto alle democrazie occidentali che, approfittando della nostra inconsistenza nazionale, hanno ricominciato ad aggredirci, come quando eravamo divisi in stati e staterelli, attraverso l’acquisto sottocosto della nostra manifattura.

Questo apparato politico MALATO, che ci impone la sopravvivenza di modelli culturali anacronistici, che si oppone al cambiamento, pur in un contesto economico, sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato, ha fatto piombare di nuovo il Paese in una situazione di “arretratezza culturale, caratterizzata da diffusa asocialità e dalla tendenza alla subordinazione e all’immobilismo fatalistico e rassegnato”.

Le conseguenze di tutto questo sono “il Trasformismo, il Clientelismo, l’Indifferenza al Bene Comune ed il ridotto prestigio attribuito alle Istituzioni Repubblicane”.

Immobilismo e tendenza alla subordinazione: le conseguenze nel contesto globale

Oggi, in un ambiente economico sottoposto ad una spietata competizione mondiale, l’Italia, priva di servizi ed infrastrutture adeguate, con l’ipertrofia di un settore pubblico assistito, inefficiente ed intoccabile, con un debito pubblico enorme e crescente ed una pressione fiscale inconcepibile, non poteva che precipitare nell’attuale abisso finanziario, politico e istituzionale.

In un contesto del genere, le Istituzioni Repubblicane avrebbero dovuto fare di tutto per far nascere e rafforzare il senso di appartenenza, mentre, con grandissimo dispiacere, dobbiamo constatare come nessun investimento sia stato fatto per creare un diffuso senso di cittadinanza.

Le Istituzioni, al contrario, hanno perso il loro carattere integrativo a causa della loro inefficienza e della loro indisponibilità per tutti i cittadini in quanto tali.

In sostanza, un’istituzione che non funziona è insieme causa, effetto e segno di disintegrazione sociale.

I singoli INDIVIDUI diventano concorrenti e antagonisti, in un gioco che distrugge il tessuto connettivo della società, costituito dalla rete di rapporti orizzontali, paritari e informali, fondati sulla fiducia e sulla solidarietà.

Solo così si può comprendere fino in fondo la cultura dei favori che ha prevalso progressivamente su quella dei diritti e della meritocrazia”.

La sistematica pedagogia negativa prodotta dalla disfunzione delle istituzioni pubbliche negli ultimi cinque decenni, ha accentuato la disgregazione sociale, penalizzando chi non si adeguava ai criteri particolaristici e clientelari.

Tutto questo ha dato vita ad un blocco sociale (dipendenti pubblici assunti con il voto di scambio e poco disposti a fare il loro dovere, baby-pensionati, super-pensionati, appalti truccati, oppressione fiscale, ecc., ecc.) che ha intossicato il nostro tessuto sociale.

Noi, attraverso la diffusione di azioni formative positive, che consentano di rompere il muro di diffidenza che ci separa l’un l’altro abbiamo deciso di reagire al fine di raggiungere un contesto aggregativo, che ci liberi dalla tendenza alla subordinazione e dall’immobilismo fatalistico e rassegnato.

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