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Giuseppe Mazzini

by Stefano Quadri

Giuseppe Mazzini, nonostante sia una delle figure più importanti del Risorgimento, è anche una delle più dimenticate e, pur essendo uno dei padri della Patria, viene commemorato sempre più raramente.

Noi di Italia Liberata vogliamo commemorarne la sua morte, avvenuta il 10 marzo 1872, perché Giuseppe Mazzini fu un rivoluzionario, un libero pensatore, un missionario, e desideriamo che la sua nobile persona sia sempre presente nella coscienza di ogni italiano e di ogni uomo libero.

Nato a Genova il 22 giugno 1805, figlio di un medico, fin da ragazzo stupì i suoi maestri per “la sorprendente tenacissima memoria, talento straordinario, e genio senza limiti di apprendere”, come scrisse uno di loro.

I rapporti molto stretti e profondi con sua madre, Maria Drago, influenzarono molto la sua vita sentimentale. Le sue donne, infatti, furono quasi sempre mature, di cui egli sapeva sollecitare i sentimenti materni.

A quindici anni aveva già fatto conoscenza delle bastonate, delle manette e della prigione.

Da persona riservata quale era non si rassegnava, e non si rassegnerà mai, alla retorica e alla teatralità degli italiani.

E questo è uno dei motivi che lo hanno reso uno straniero in patria.

“Con gli amici discuteva soprattutto di letteratura, che fu la sua vera passione giovanile.

Rimase talmente colpito dal Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, che da allora si vestì sempre di nero: quell’eroe notturno fu la sua grande passione giovanile.

Mazzini fu un Jacopo della politica, destinato alla parte dello sconfitto perché era quella che meglio gli si addiceva”.

Ad appena 16 anni, nel 1821, aiutò dei rivoltosi piemontesi fuggiti a Genova per imbarcarsi: ”Quel giorno fu il primo in cui mi si affacciasse confusamente, non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si poteva, e quindi si doveva, lottare per la libertà della Patria”.

La novità rivoluzionaria era tutta in quel “si doveva”, che riassume l’ideale ed il pensiero di un uomo per il quale la vita si presentava come un dovere da compiere.

Fino a quel momento Mazzini, che si rifiutava di confessarsi, credeva di essere un ateo, in realtà si era soltanto ribellato alla Chiesa con cui non si riconcilierà mai.

Egli si rendeva conto che nessun ideale politico può essere realizzato se non viene concepito come un sacerdozio. Fu questo a fare di lui un eterno straniero in un Paese come il nostro, dove la politica, invece, viene praticata da opportunisti in cerca di vantaggi e privilegi personali.

Laureatosi in Giurisprudenza, iniziò l’attività di giornalista, dapprima per l’Indicatore Genovese (in seguito soppresso dalla censura per cui la polizia iniziò a tenerlo d’occhio), poi per l’Antologia di Viesseux e infine per l’Indicatore Livornese di Guerrazzi, ove segnalava al pubblico dei libri che servivano alla formazione di una coscienza civile.

Nel 1827 aderì alla Carboneria, anche se, da uomo libero, capiva benissimo che l’Italia non poteva nascere dai complotti e dagli attentati di una società segreta.

Nel dicembre 1830, tradito da una spia, venne arrestato. Affrontò la prigione senza batter ciglio e, quando si trovò di fronte al Commissario inquirente, negò tutto.

Rinchiuso nella fortezza di Savona, da cui venne liberato per insufficienza di prove il 10 febbraio 1831, ebbe finalmente modo di riordinare le idee, di riflettere e meditare.

Pensò, innanzitutto, che la Carboneria era un cadavere da seppellire e che per una Rivoluzione Nazionale, che conducesse ad una Repubblica Democratica, occorreva un movimento che partisse dal basso, dalla popolazione.

Mazzini divenne cosciente che l’Italia non si poteva fare solo con quei patrioti elitari e senza il Popolo: occorreva ricominciare dalle coscienze.

Nei moti del 1821 e 1831, infatti, le masse erano state assenti, mentre la resistenza era rappresentata da una minoranza della popolazione, quasi tutta di estrazione borghese.

Nella mente di Mazzini nasceva l’idea della Giovine Italia e la convinzione che l’Italia dovevano farla gli italiani.

Bisognava partire dalle coscienze.

Il vero Risorgimento inizia da qui: dall’appello alle coscienze.

Mazzini aveva capito che occorreva una partecipazione popolare basata su un programma chiaro e definito, l’organizzazione sarebbe stata un partito vero e proprio, anche se clandestino, dal nome di Giovine Italia, perché occorreva raccontare agli italiani per quale Italia libera erano chiamati a insorgere e combattere.

Egli diceva: “Oggi ci vuole l’appoggio del Popolo e questo appoggio si può sollecitarlo solo con idee semplici e chiare. In un’Europa di Nazioni, l’Italia potrà contare solo se anch’essa lo diventa raccogliendosi in uno Stato sovrano e indipendente”.

Poiché nel 1833 la Giovine Italia aveva tra i 50.000 e 60.000 affiliati, tra cui anche un marinaio di Nizza (all’epoca territorio piemontese) di nome Giuseppe Garibaldi, i servizi di spionaggio spostarono la loro attenzione dalla Carboneria alla Giovine Italia.

A seguito dell’ondata di arresti e fucilazioni in diverse parti della penisola italiana, Mazzini cominciò a pensare che occorresse una scintilla per accendere gli italiani e dare inizio alla rivolta popolare.

Accanto a Mazzini vi erano anche dei moderati come Silvio Pellico (“Le mie prigioni”); Vincenzo Gioberti (“Il Primato”) e Cesare Balbo (“Le speranze d’Italia”).

Costoro sapevano bene che nel Popolo italiano, pur essendoci parecchio malcontento, mancava il potenziale rivoluzionario e che l’ideale di Patria era sentito solo da una piccola parte della borghesia, che a sua volta era una piccola parte della popolazione.

Mazzini sapeva bene che per fare l’Italia occorreva la partecipazione del Popolo, altrimenti alla Nazione sarebbe mancata la sua parte vitale.

Sapeva anche che la partecipazione del Popolo alla rivoluzione era indispensabile, perché dava contenuto popolare al Risorgimento, che, senza il Popolo, sarebbe diventato una sterile operazione elitaria.

Mazzini diceva che se il Popolo non partecipava alla trasformazione dell’Italia come Nazione, allora ne sarebbe rimasto estraneo ed un giorno il Popolo sarebbe diventato nemico della sua stessa Nazione.

Esule in Svizzera fino al 1837, andò in Inghilterra dove divenne un eroe nazionale.

Per gli operai italiani, che gli avevano chiesto una scuola ed un giornale, era diventato un Idolo.

Durante la sua permanenza a Londra, vivendo insieme ai lavoratori, Mazzini aveva capito che per smuovere le masse occorreva dare all’organizzazione un contenuto popolare: “Nel primo periodo della nostra vita abbiamo lavorato per il Popolo, non con il Popolo.

Bisogna farlo ora

Egli restava fedele al suo pensiero che per costruire l’Italia occorrevano sacrificio, sudore ed il sangue dei suoi figli, e che occorresse una rivoluzione popolare, non l’iniziativa di qualche aristocratico.

Aveva anche accolto a braccia aperte tanta gente, per poi scoprire che spesso erano spie austriache o pontificie.

Questo grande cospiratore rimase sempre un grande ingenuo, e come tutti gli uomini onesti, credeva che anche gli altri lo fossero.

Dei soldi che gli passavano per mandare avanti scuola e giornale degli operai, gli restava solo il minimo indispensabile per comprarsi un tozzo di pane, un pezzo di formaggio ed un bicchiere di birra.

Mazzini scriveva: “Unico mio conforto è quello di trovarmi la sera nella mia camera, presso al mio fuoco con un sigaro, in pantofole e solo”.

Ma non si coricava. Prendeva la penna e scriveva fino all’alba.

Giuseppe Lamberti, patriota italiano di Reggio Emilia, conservava tutte le lettere di Mazzini per poter dimostrare “la costanza, gli sforzi, i sacrifici di Giuseppe Mazzini, per far libera, una, indipendente l’Italia”.

Il 7 aprile 1848, Giuseppe Mazzini rientrò in Italia, costituì un Comitato Democratico Europeo e redasse anche un Manifesto.

Vi erano diversi contrasti ideologici e l’attacco più velenoso gli arrivò da Marx e Engels, i quali non concepivano altra lotta che quella di classe, considerando l’unità nazionale predicata da Mazzini una “truffa borghese”.

Mazzini non respingeva la lotta di classe, ma la subordinava a quella nazionale, e le sue parole d’ordine continuavano ad essere Libertà, Indipendenza e Unificazione.

Il prestigio di Mazzini in Italia era alto e la sua presenza era la sola a potersi contrapporre a quella di Cavour.

Cavour era spregiudicato e realista; Mazzini era ascetico e idealista.

Nel 1853 Mazzini scrisse l’opuscolo “Agl’Italiani” annunciando la nascita del Partito d’Azione, nel quale aderirono molti operai e artigiani.

Nell’Ottobre 1853, Cavour, con 15.000 uomini, partecipò alla guerra di Crimea contro la Russia dello zar Nicola I°, facendo entrare il Piemonte nell’alleanza austro-franco-inglese.

Mazzini attaccò Cavour scrivendo: “i tre colori d’Italia sventoleranno sugli stessi campi in armonia col giallo e nero dell’Austria”.

Aveva capito che Cavour voleva aggraziarsi le potenze occidentali per fare l’Italia con il loro aiuto, affidandosi alla diplomazia ed alle armi di Francia e Inghilterra, invece che allo spirito rivoluzionario degli italiani.

Così Cavour toglieva l’iniziativa unificatrice al movimento democratico, verso una soluzione monarchica e conservatrice.

Cavour sosteneva che l’Italia non poteva essere fatta dai pochi italiani che la volevano, perché non avevano il supporto delle masse popolari.

Mazzini sosteneva che unificare l’Italia con diplomazia e armi straniere era inutile, perché era come un mastice che non avrebbe tenuto.

“L’Italia si fece come voleva Cavour, perché non c’era altro modo; ma il mastice si rivelò debolissimo, come aveva previsto Mazzini.

Nel 1856, a Parigi, venne firmata la pace della guerra di Crimea ed il Piemonte, al pari delle altre potenze, fu ammesso al tavolo delle trattative.

Questo fece sì che tutto il movimento patriottico italiano, anche quello mazziniano, guardasse al Piemonte come Stato-guida dell’Italia.

La soluzione monarchica e moderata aveva la meglio su quella democratica e rivoluzionaria”.

L’errore di Mazzini fu quello di credere ad un potenziale rivoluzionario che in realtà non aveva ancora i numeri per vincere.

Ne è un esempio Carlo Pisacane, napoletano, nato da una famosa famiglia partenopea e figlio cadetto del Duca di San Giovanni.

Pisacane, oltre che essere amico di Mazzini, ne condivideva anche le idee, ossia che la rivoluzione dovesse partire dalle masse popolari.

Fu Pisacane a proporre a Mazzini l’idea di accendere dei moti insurrezionali al sud.

Mazzini si era curato sempre poco del meridione, perché, essendoci scarso materiale rivoluzionario, pensava che non avrebbe funzionato; mentre Pisacane la pensava esattamente al contrario, convinto che le condizioni di arretratezza dei contadini meridionali li predisponeva alla rivoluzione.

Pisacane ed i suoi compagni, nel luglio del 1857 provarono a far insorgere i contadini a Sapri, ma furono attaccati sia da un reparto borbonico, sia da quei contadini che Pisacane voleva sollevare.

Ferito, preferì uccidersi con un colpo di pistola.

Nel 1860 Mazzini scrisse “Dei Doveri dell’Uomo, uno dei testi più importanti del Risorgimento, ove si afferma che la vita di ogni uomo, per esser davvero “compiuta”, deve essere dedicata al miglioramento morale di ogni individuo, passando inevitabilmente per la comunità. Solo questo senso di Dovere porterà l’Umanità al Progresso.

Nell’ottobre 1860 incontrò a Napoli Garibaldi nella speranza di poterlo recuperare alla causa rivoluzionaria, così da poter annettere Roma e Venezia.

Ma Garibaldi rispose che per un’operazione del genere occorreva l’appoggio di Vittorio Emanuele II con mezzo milione di soldati, e rifiutando tornò all’isola di Caprera.

Fatta l’Unità d’Italia con la soluzione monarchica, Mazzini, che invece la voleva fatta dagli italiani, chiese che il primo Parlamento italiano facesse da Costituente, redigendo un solenne patto tra la Corona e la Nazione.

Ma Cavour non la accettò, dicendo che il Popolo aveva scelto di affidarsi alla Dinastia Reale senza chiedere nessun patto.

In meno di due anni Cavour aveva annesso al Regno sardo-piemontese la Lombardia, i Ducati di Parma e Modena, il Granducato di Toscana, gli Stati Pontifici e il Regno delle Due Sicilie.

“Il Risorgimento, così, fu una guerra di liberazione contro l’Austria, ma anche una guerra civile tra i moderati e lo schieramento democratico.

E la vinsero i moderati”.

È stato anche a causa dell’analfabetismo che gli italiani rimasero sordi agli appelli di Mazzini, relegando il Risorgimento ad un’iniziativa di una piccola élite, invece che alla partecipazione popolare.

Mazzini, che aveva tentato fino all’ultimo di fare l’Italia dal basso, alla fine fu vinto dalla disperazione.

E l’Italia? L’Italia dei miei sogni? L’Italia che ho predicato? L’Italia che ho sognato? E’ soltanto un fantasma? Una parodia?”

 Egli in Italia circolava con un falso passaporto inglese intestato a Mr Brown, sebbene la polizia sapesse benissimo chi era, dov’era e cosa faceva.

Quando vide che le forze lo stavano abbandonando, si rifugiò a Pisa, a casa di Pellegrino Rosselli, genero della sua amica del cuore Sarah Nathan.

Alle sue cure pensava il fedelissimo Agostino Bertani, medico chirurgo, ma Mazzini come paziente lo aiutava ben poco: “Questa vita di macchina che scrive, scrive, scrive da trentacinque anni comincia a pesarmi” diceva.

Mazzini non si rassegnava all’idea che l’Italia fosse solo un fantasma.

Amate operosamente questa grande e povera patria nostra” raccomandava ai quei pochi fedeli che gli erano rimasti vicini.

E sul letto di morte, le sue ultime parole furono ancora di speranza: “Ora tutti lavorerete con più fede, con più ardore per far sì ch’io non abbia vissuto invano”.

Mazzini morì il 10 marzo 1872 e, come da sua volontà, fu sepolto nel cimitero di Staglieno accanto a sua madre, nel più totale silenzio, sia dei palazzi governativi, sia del Paese reale.

“La rigorosa coscienza morale di Mazzini e la sua concezione della vita come di un dovere da assolvere, lo avevano sempre reso straniero in un paese incline ai melodrammi come il nostro.

L’immensa stima di cui Mazzini aveva goduto era intrisa anche di un certo fastidio.

Ancora oggi egli resta il padre di una Patria che non si è mai sentita figlia sua.

Perché se lo fosse non sarebbe come è.”

Lo stesso Mazzini, prima di morire, scriveva: “L’educazione politica dei miei compatrioti è meno avanzata di quello che una volta speravo. La questione italiana, che ritenevo prima d’ora potesse essere diventata una questione di azione e di realizzazione, è ancora una questione di educazione”.

La piega che prese il nuovo Stato italiano fu così deludente che i giovani appartenenti alle élites garibaldine, repubblicane e democratiche, percepirono grande il divario tra realtà e livello delle aspirazioni.

Questa insofferenza fu la principale causa delle reazioni ideologiche che caratterizzarono i due ultimi decenni del 1800, il primo quindicennio del 1900 ed anche l’estremismo eversivo dei cosiddetti “anni di piombo”.

Scrisse di lui Klemens Von Metternich, Cancelliere dell’Impero Asburgico:

«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini

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