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Cenni di Antropologia Culturale – Parte 2

by Stefano Quadri

L’acquisizione dei concetti basilari dell’Antropologia Culturale, ci trasforma da lamentoso suddito inerme, che vale ZERO, in un Cittadino Attivo, che vale UNO, e che desidera aggregarsi, allo scopo di esercitare Pressione Sociale sulla classe politica liberamente eletta.

RICORDIAMO SEMPRE CHE IN DEMO-CRAZIA LA SOVRANITA’ NON E’ UNA FUNZIONE DELEGABILE (lo dice anche la Costituzione italiana all’art.1, comma 2).

L’apparato politico è MALATO, perché ci impone la sopravvivenza di modelli culturali anacronistici, si oppone al cambiamento, pur in un contesto economico, sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato, e ha fatto piombare il Paese in una situazione di “arretratezza culturale, caratterizzata da diffusa asocialità (intesa come mancanza di senso di corresponsabilità sociale) e dalla tendenza alla subordinazione e all’immobilismo fatalistico e rassegnato”.

Le conseguenze di tutto questo sono “il Trasformismo, il Clientelismo, l’Indifferenza al Bene Comune ed il ridotto prestigio attribuito alle Istituzioni Repubblicane”.

I sondaggi semestrali dell’Eurobarometro affermano che noi Italiani siamo i meno soddisfatti per il funzionamento della democrazia e delle sue istituzioni (contro l’80% di tedeschi soddisfatti ed il 62% di soddisfatti come media europea, gli italiani soddisfatti sono meno del 20%)

Il Clientelismo, detto anche “voto di scambio”, ed il conseguente gigantesco sperpero di Denaro Pubblico, inquinano l’intera vita politica e raggirano i fondamenti della Democrazia; perché “lo scambio di diritti politici con il vantaggio economico individuale è INCONGRUENTE con la DEMOCRAZIA”.

Oggi, in un ambiente economico sottoposto ad “una spietata competizione mondiale”, l’Italia, priva di servizi ed infrastrutture adeguate, con l’ipertrofia di un settore pubblico assistito, inefficiente ed intoccabile, con un debito pubblico enorme e crescente (nonostante una ventina di strette creditizie in trenta anni) ed una pressione fiscale inconcepibile, non poteva che precipitare nell’attuale abisso finanziario, politico e istituzionale.

In un contesto del genere, le Istituzioni Repubblicane avrebbero dovuto fare di tutto per far nascere e rafforzare il senso di appartenenza, sviluppare quel senso di corresponsabilità sociale e di identificazione con la Democrazia che costituiscono il presupposto della sua legittimità.

Invece, con grandissimo rammarico, dobbiamo constatare “nessun investimento per creare un diffuso senso di cittadinanza; l’irrilevanza dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole e, addirittura, l’uso a fini di strumentale polemica interpartitica anche di eventi fondativi dello Stato, come il Risorgimento e la Resistenza.

Le Istituzioni, anzi, hanno perso il loro carattere integrativo a causa della loro inefficienza e della loro indisponibilità per tutti i cittadini in quanto tali.

Antropologia Culturale: il ruolo delle istituzioni pubbliche

Istituzioni Pubbliche, come un Ospedale o un Tribunale, sono strumenti di integrazione sociale per la loro funzione pratica e per la loro carica simbolica: se non funzionano, la loro funzione pratica è compromessa, ma la loro funzione simbolica non viene meno, ma cambia di segno.

Essi passano da simboli di integrazione a simboli di disintegrazione; testimoniano di una promessa fatta e poi non mantenuta, di una carenza nel processo di rappresentanza.

In sostanza, un’istituzione che non funziona è insieme causa, effetto e segno di disintegrazione sociale.

In tal modo la solidarietà, il senso comune di appartenenza e di condivisione di interessi, che sono generati dallo status di cittadino, si trasformano nel loro opposto.

I singoli INDIVIDUI diventano concorrenti e antagonisti, in un gioco che distrugge il tessuto connettivo della società, costituito dalla rete di rapporti orizzontali, paritari e informali, fondati sulla fiducia e sulla solidarietà.

Solo così si può comprendere fino in fondo la cultura dei favori che ha prevalso progressivamente su quella dei diritti e della meritocrazia”.

La sistematica pedagogia negativa prodotta dalla disfunzione delle istituzioni pubbliche negli ultimi cinque decenni, ha accentuato la disgregazione sociale, penalizzando chi non si adeguava ai criteri particolaristici e clientelari.

Tutto questo ha dato vita ad un blocco sociale (dipendenti pubblici assunti con il voto di scambio e poco disposti a fare il loro dovere, baby-pensionati, super-pensionati, appalti truccati, oppressione fiscale, ecc., ecc.) che ha intossicato il nostro tessuto sociale.

Occorre agire sulle istituzioni (visto che la scuola, che dovrebbe essere il luogo di formazione del cittadino, viene meno alla sua funzione) attraverso la diffusione di azioni “pedagogiche positive che insegnino il rispetto dei diritti altrui e dei doveri propri, e che consentano di scalfire la barriera di diffidenza che ci separa dal nostro prossimo”

 

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