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7. La Pace di Vestfalia: conseguenze

by Stefano Quadri

La pace di Vestfalia fu un durissimo colpo al potere temporale della Chiesa, che accusava l’Imperatore Ferdinando III di avere accettato una pace gravemente offensiva per la religione cattolica.

La guerra dei trent’anni e la pace di Vestfalia dimostrarono ampiamente che lo Stato Pontificio, fuori dai suoi confini, non aveva più voce in capitolo.

Sul piano geopolitico la Francia perseguì il vecchio sogno di Enrico IV, ovvero un’Europa che gravitasse attorno alla Nazione transalpina: ed infatti, per diversi secoli, la Francia fu al centro degli equilibri politici europei.

La grande rivale della Francia, Stato centralizzato e potenza continentale, era l’Inghilterra, Stato mercantile e potenza marittima.

Con la pace di Vestfalia si spezzò definitivamente il principio di unità confessionale all’interno di uno Stato, principio che per ben 1.300 anni si era mantenuto anche con armi e repressione.

Ora cattolici e protestanti avevano pari diritti davanti alla legge, salvaguardando così i principi di tolleranza e libertà religiosa davanti alla stessa autorità statale.

I sovrani degli Stati avevano ben compreso l’importanza di separare gli affari di Stato dalle questioni di fede, infatti è qui che emerge il concetto di Stato laico, alla base delle Costituzioni di tutti gli Stati moderni.

In sintesi, la pace di Vestfalia del 1648 rappresenta una svolta epocale nella storia europea.

Nell’Ottobre del 1998 ricorreva il 350° anniversario della pace di Vestfalia.

Davanti ad un uditorio che comprendeva quattro Re, quattro Regine, due Principi, un Granduca ed alcuni Presidenti di Stato, l’ex Presidente della Repubblica Federale di Germania, Roman Herzog, fece questa dichiarazione: “È senz’altro un evento raro che tanti capi di Stato europei siano riuniti insieme come lo siamo noi qui oggi”

L’avvenimento fu patrocinato dal Consiglio d’Europa ed è stato uno dei più importanti negli ultimi 50 anni di storia europea.

Spesso i trattati di pace segnano un punto di svolta nella storia geopolitica e la pace di Vestfalia fu qualcosa di speciale, poiché stabilì la fine delle guerre religiose e la nascita dell’Europa moderna come continente di Stati sovrani.

In tutto questo, l’Italia era fuori dai giochi, imprigionata in un medioevo clericale.

Come abbiamo detto la guerra dei trent’anni e la pace di Vestfalia hanno segnato la divisione dell’Europa e l’inizio del declino italiano.

Gli interessi commerciali si spostarono dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, assestando un duro colpo soprattutto per Venezia, mentre lo Stato Pontificio ormai era solo uno dei tanti Stati della penisola italiana.

Nel centro-nord Europa nascono le Nazioni e le classi dirigenti iniziano ad esprimersi.

Inizia anche la grande avventura coloniale e capitalistica, offrendo grandissime possibilità a chi è dotato di iniziativa ed audacia.

Gli olandesi e gli inglesi mirano a diventare armatori, costruiscono fabbriche e si s’impossessano dei commerci con l’oriente e con l’India, spagnoli e portoghesi sbarcano in America latina per accaparrarsi terre e miniere.

Gli italiani invece vivono in piccoli Stati isolati e senza sbocchi.

Tutta la loro ricchezza viene investita nella terra, che però dà scarsi risultati, quindi alle classi più privilegiate non resta che scalare qualche pubblico ufficio.

È in questo periodo che nasce il mito del posto di lavoro pubblico che caratterizza tanti italiani, spesso non come un servizio al Cittadino, ma come rifugio o licenza di sfruttamento.

Il posto pubblico nell’Italia dell’epoca era spesso ereditario e chiunque avesse questa esclusiva la difendeva da qualsiasi intromissione esterna.

Questa mentalità sterile e parassita rendeva la società italiana sclerotica e povera di ricambi.

“Dal Papa al Duca di Mantova, i signorotti che sgovernavano l’Italia erano prigionieri di queste mafie e camorre che, col monopolio del potere, si tramandavano di padre in figlio il diritto di abusarne”.

I difetti della società italiana erano quelli della società feudale, che la Chiesa della Controriforma e la Spagna avevano restaurato per non perdere potere e privilegi.

Lo stesso tipo di società che invece il centro-nord Europa stava liquidando.

Questo tipo di società, basata su privilegi ereditari, disprezzava il lavoro e la meritocrazia, mettendo al vertice non il meritevole (produttore), ma chi vive di rendita (parassita).

L’Italia da paese industriale e all’avanguardia fino alla metà del 1500, si era trasformato in un paese agricolo, nel quale veniva falciata la meritocrazia a favore del parassitismo.

L’Italia aveva anche perso il primato nelle maestranze qualificate, poiché Francia, Inghilterra e Olanda, finanziando la ricerca, le avevano implementate.

Nel campo mercantile, ad esempio, Genova e Venezia non potevano più competere con Francia e Olanda, che ormai avevano navi più robuste e veloci e moli portuali più convenienti.

Lo stesso per l’industria tessile, altro settore nel quale l’Italia aveva primeggiato per secoli.

Nel giro di pochi decenni la produzione annua di Venezia crollò del 90%, le imprese di Milano da 70 si ridussero a 5 e dei 30 telai di Como non ne rimase neanche uno.

Questi sono solo alcuni esempi che misurano la decadenza che all’epoca si abbatté sulla penisola italiana.

Fino alla metà del 1500, i ceti che fecero dell’Italia rinascimentale il faro dell’Europa erano la borghesia, le industrie, le banche.

Dopo pochi decenni questi ceti invertirono la marcia ispirandosi al modello feudale spagnolo, ove il rango era al di sopra di qualsiasi altro valore, che viveva di rendita sulla fatica di chi produce.

È qui che il titolo nobiliare diventa incompatibile con le “arti vili e meccaniche”, ciò che oggi si chiama il lavoro.

L’unica attività consentita ai nobili era la funzione pubblica, concepita come partecipazione alla rapina del denaro pubblico, ovvero parassitismo.

Quindi il sistema di potere della penisola italiana inizia ad omologarsi al parassitismo.

Il barone meridionale è sempre stato un feudatario parassita, ed ecco che nel 1600 anche i signori veneti, da navigatori e commercianti, divennero terrieri e redditieri.

Da cosmopoliti a provinciali, da imprenditori a redditieri.

Anche i nobili fiorentini, che prima possedevano aziende tessili o banche, ora vivono di rendita su terre acquistate a prezzi altissimi, mentre le derrate che ne derivano vengono vendute a prezzi bassissimi.

Questo anche perché i conquistadores mandavano dall’America derrate alimentari ed oro, provocando il rincaro delle terre e l’inflazione dei prodotti agricoli.

Questa conversione dalla fabbrica alla terra e poi dalla produzione al parassitismo, mandò in rovina l’industria dell’Italia senza portare nessun beneficio all’agricoltura che, anzi, iniziò ad arretrare rispetto a quella europea.

Inoltre i governanti spagnoli ed italiani, attraverso un fisco spietatamente discriminatorio, drenavano denaro dai ceti produttivi a quelli che vivevano di privilegi, premiando il parassitismo.

Tutto ciò fece fare all’Italia un balzo indietro di alcuni secoli, proprio mentre l’Europa faceva un balzo direttamente proporzionale in avanti.

I risultati sono “l’ignoranza, la passività morale, l’allergia a ogni serio impegno, la propensione a sfruttare le malformazioni e i vizi della società, invece che eliminarli.

Nel vocabolario italiano l’idealista è divenuto sinonimo di fesso e l’intelligenza sinonimo di furberia”.

L’Italia che aveva dominato il mondo per secoli con il suo slancio industriale e la sua potentissima inventiva artistica e intellettuale, ora veniva ridotta ad un cimitero, proprio quando un fremito di nuova vita stava illuminando l’Europa.

Il continente europeo era ormai diviso in due parti ben distinte: quella cattolica e quella riformata.

L’Europa riformata del centro-nord gioca da protagonista nella storia moderna ai danni della parte cattolica.

Giovanni Calvino fece piazza pulita di tutte le autorità religiose legate ai dogmi, compreso il sacerdote, dicendo ai fedeli:

“Il tuo sacerdote sei tu.

Sei tu che devi leggere la Bibbia.

Sei tu che devi interpretarla.

Sei tu che rispondi direttamente a Dio.

Il tuo dovere è di lavorare e produrre.

Più ci riuscirai, e più vorrà dire che godi del favore divino”.

I calvinisti credevano così fermamente in questi principi che all’inizio sfidarono la scomunica della Chiesa, affrontarono persecuzioni, massacri e morirono a centinaia di migliaia.

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