fbpx

22. Crispi

by Stefano Quadri

Se Depretis era l’uomo che non faceva mai oggi quello che poteva fare domani e tutto funzionava a rilento, Crispi era l’opposto.

Pieno di efficienza, dette un violento scossone all’andazzo della politica, tenendo per sé sia il Ministero degli Interni che quello degli Esteri.

Il campo dove Crispi si cimentò meglio fu la politica estera perché voleva un’Italia che, non solo non “doveva aspettare il verbo di Parigi o Berlino per dire la sua”, ma la voleva protagonista di una missione imperiale.

Crispi pensava che “il destino dell’Italia erano il mediterraneo e l’Africa”, ma questo ci poneva in conflitto con la Francia, che assorbiva la maggior parte delle nostre esportazioni agricole.

La guerra doganale scatenata da Crispi con la Francia, infatti, proprio a causa della competizione estera in Africa Orientale, fece crollare l’esportazione di prodotti agricoli in Francia.

Questo mise in forte crisi l’agricoltura italiana che, assorbendo i due terzi della popolazione, scatenò una crisi economica.

Pesavano anche le ingenti spese militari, tra cui la costruzione di dieci corazzate che, “prima di mandare a picco le navi francesi, mandarono a picco il bilancio dello Stato”.

La Destra, attraverso interpellanze alla Camera, accusò Crispi di megalomania, ma lui propose diversi inasprimenti fiscali per diminuire il deficit dello Stato.

Giosuè Carducci in una sua lettera scriveva: ”A Lei pare una bella cosa questa Italia? Io per me non credo che sia bella; ma per non amareggiare gli altri, d’ora innanzi mi taccio”.

In realtà il nazionalismo di Crispi era da Paese sottosviluppato, un tipico “imperialismo dei poveri”.

Nel 1891 gli operai di Milano tennero un congresso e Filippo Turati, i cui maestri erano stati Romagnosi, Cattaneo ed il suo idolo Garibaldi, coniò il nome di Partito Socialista dei Lavoratori italiani.

Il Partito Socialista segnò il suo l’ingresso nella politica italiana, rappresentando una nuova forza autenticamente popolare, che in futuro avrebbe cambiato gli equilibri politici dell’Italia.

Ora facciamo un piccolo passo indietro.

Come abbiamo visto, il 7 febbraio 1878 moriva Pio IX dopo oltre trent’anni di Pontificato.

Pio IX nel 1864 scrisse il Sillabo, una specie di catastrofica dichiarazione di guerra non soltanto all’Italia, ma anche al mondo moderno.

Il Sillabo era un elenco che, secondo il Papa e la Chiesa, conteneva i principali errori di quel tempo, un elenco di 80 posizioni che Pio IX pubblicò insieme all’enciclica Quarta Cura l’8 dicembre 1864, in occasione dell’Immacolata Concezione.

Nel Sillabo si condannavano l’ateismo, il comunismo, il socialismo, il liberismo, l’indifferentismo ed altre posizioni relative alla Chiesa ed alla società, fra le quali il matrimonio civile.

La storia della Chiesa è piena di anatemi, ma mai si era spinta a condannare un intero secolo e ad offenderlo in tutti i suoi sentimenti, credenze e passioni.

Le potenze mondiali furono indignate dal Sillabo della Chiesa e l’unico Stato che non ruppe in rapporti con l’Italia a seguito dell’annessione di Roma fu l’Ecuador.

Così dopo il Sillabo, la Chiesa si trovò in una situazione di completo isolamento come mai prima nella storia.

Papa Leone XIII, nel 1891, scrisse l’enciclica Rerum Novarum, nella quale parlava in favore delle classi lavoratrici, sostenendo che non potevano essere lasciate alla seduzione del neonato partito socialista di Turati.

I cattolici smisero di rimpiangere la vecchia Italia papalina, lanciandosi a costruirne un’altra basata su sete di potere e odio per lo Stato risorgimentale e laico, alla cui costruzione i cattolici non avevano partecipato.

Con la fondazione del Programma dei Cattolici, che sfidava apertamente il socialismo sul suo stesso terreno, i cattolici lanciavano il sindacato “esclusivamente operaio” come strumento di “restauro cristiano”, d’ispirazione morale molto diversa al socialismo, ma di simile contenuto sociale.

Il fatto grave dell’assalto dei cattolici e dei socialisti al cosiddetto “sistema” Italia era che la loro contestazione mobilitava delle masse popolari che, rimaste anch’esse estranee se non avverse al processo risorgimentale, erano animate verso di esso da una profonda avversione.

A differenza degli altri socialismi europei che come bersaglio avevano lo “Stato borghese”, il socialismo italiano aveva come bersaglio lo Stato nazionale e mirava a disfarlo.

Alcuni fra gli esponenti moderati videro in questa doppia minaccia il lato positivo, ovvero era meglio che le masse popolari uscissero dal loro rancoroso isolamento, anche se con sommosse e sobillate dai preti, piuttosto che una secessione.

Così la pensava anche l’uomo che in quel momento saliva al potere, Giovanni Giolitti, nato nel 1841 a Mondovì (provincia di Cuneo), Magistrato e per alcuni anni capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia.

Giolitti aveva anche la stima di Quintino Sella, che ne apprezzava la sua straordinaria capacità di riassumere e semplificare le questioni più complesse.

Giolitti era diventando Consigliere di Stato nel 1882 e dieci anni dopo, il 26 maggio 1892, ricevuto l’incarico di Governo, presentò alla Camera il suo primo Ministero di centro-sinistra.

L’accoglienza fu pessima perché passò con uno scarto di soli 9 voti.

Giolitti veniva definito con disprezzo travet, il protagonista di una commedia in dialetto piemontese che impersonava un povero impiegato schiavo del potere, perché non aveva fatto la carriera nella politica militante e non era reduce del Risorgimento, quindi non aveva un passato da combattente.

Per tutta risposta, nel 1892, Giolitti indisse nuove elezioni, facendo entrare 60 nuovi Senatori. Inoltre, su 69 prefetti, ne trasferì o rimosse 46.

In quanto a persuasione sugli elettori, Giolitti non esitò ad adottare gli stessi metodi usati da Depretis, e cioè mobilitare mafie, camorre e clientele, fare intimidazione sugli avversari oppure comprandoli con favori governativi.

Comprò tutto quello che era comprabile, tanto che si iniziò dire che “la Sinistra non è che una Destra peggiorata”.

A Giolitti gliene dissero e scrissero di tutti i colori: lo chiamarono falsario, corruttore, baro, “un carabiniere travestito da guardia di pubblica sicurezza in borghese” e “Palamidone”, perché portava sempre una giacca abbottonata e lunga come un cappotto.

Giolitti non se la prese, perché vinse con una maggioranza schiacciante, ma gli capitò il più grosso scandalo mai scoppiato prima.

Il trasferimento della Capitale da Firenze a Roma avvenuta nel settembre 1870, aveva provocato una vera e propria “febbre edilizia”, così i romani si erano lanciati alla speculazione sulle aree fabbricabili ed in poco tempo i prezzi erano saliti alle stelle.

Roma diventò un cantiere e gli impresari attinsero a man bassa dal credito bancario.

All’epoca gli istituti di emissione, ovvero chi aveva facoltà di stampare carta moneta e metterla in circolazione erano sei, fra cui la Banca Romana, autorizzata a emettere biglietti per un ammontare massimo di 45 milioni di lire.

Quando il boom edilizio finì nella solita voragine di fallimenti, la Banca Romana si trovò seppellita da una valanga di cambiali che i debitori non erano più in grado di pagare ed iniziò a correre voce che la Banca Romana fosse prossima a al fallimento.

La commissione d’inchiesta parlamentare appurò che la Banca Romana, oltre ad aver stampato 25 milioni in più di quanto consentito, ne aveva persino stampati clandestinamente altri 9.

Il responsabile di questa colossale truffa era lo stesso direttore della Banca Romana, tale Bernardo Tanlongo, noto anche come il “sor Bernardo”, un tipico personaggio di quel sottobosco politico che a Roma fiorisce con particolare sovrabbondanza.

Tanlongo infatti, era maestro nell’arte di farsi degli amici e poi trasformarli in complici.

Lo scandalo fu enorme e c’era troppa gente interessata ad insabbiare tutto, come grandi imprenditori, uomini politici e giornalisti.

E così fece Francesco Crispi, che ne ordinò l’insabbiamento, per evitare le conseguenze che fatalmente si sarebbero abbattute sul mondo della finanza.

Qualcuno chiese a Giolitti, che all’epoca dei fatti era Ministro del Tesoro, se era a conoscenza di quanto accadeva nella Banca Romana, ma lui negò.

Poi il governo cadde e tre anni dopo Giolitti formò il suo avviando un’inchiesta amministrativa dalla quale emerse che, oltre alla circolazione abusiva di denaro, la Banca Romana aveva un vuoto di 20 milioni e, per chiudere in bellezza, anche una falsificazione dei bilanci che durava da oltre 20 anni.

A questo punto Bernardo Tanlongo fu arrestato ed emersero reati anche da altri due istituti di emissione (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), con degli omicidi eccellenti, come quelli dell’Onorevole De Zerbi e del marchese Notarbartolo, omicidi di cui fu indiziata la Mafia.

Il deputato Napoleone Colajanni propose allora un’inchiesta parlamentare, perché apparivano chiare le collusioni tra interessi economici, potere politico e malavita.

Inoltre la precedente inchiesta era stata insabbiata dal Governo Crispi.

Il 20 marzo del 1893, Giolitti presentò alla Camera un progetto che prevedeva la fusione di 4 delle sei banche coinvolte nello scandalo, con l’obiettivo di crearne una sola, l’unica autorizzata all’emissione di denaro: era l’atto di costituzione della Banca d’Italia.

Al termine dei lavori della commissione parlamentare, il documento che emerse era un atto di accusa contro lo stesso Giolitti, perché aveva insabbiato il rapporto della precedente inchiesta parlamentare.

In realtà tutto era stato insabbiato da Francesco Crispi, ma all’epoca dei fatti Giolitti era Ministro del Tesoro.

A quel punto Giolitti uscì dall’aula, recandosi dal Re per presentare le dimissioni.

Nel frattempo, una forte crisi finanziaria stava flagellando l’Europa ed il carovita provocava dovunque dimostrazioni, scioperi e tumulti.

In Sicilia la crisi era ancora peggiore a causa della guerra doganale con la Francia che non importava più vino, frutta e zolfo, cosicché i contadini iniziarono a costituirsi in Fasci mettendo l’isola a soqquadro.

In quella drammatica situazione economica, il Re diede l’incarico al settantacinquenne Francesco Crispi di fare un governo di “unione sacra” con esponenti di Destra, Centro e Sinistra.

La situazione era grave, i Fasci si stavano abbandonando ad una serie di disordinate violenze.

Crispi decise di intervenire inviando 40.000 uomini guidati dal generale Roberto Morra di Lavriano e, durante gli scontri a fuoco, lasciarono sul selciato un centinaio di morti.

Fra le 2.000 persone arrestate figuravano tutti i capi del movimento dei Fasci, compreso il deputato Giuseppe De Felice.

Poi Crispi firmò lo stato d’assedio dell’isola e la polizia ebbe mano libera nel sequestrare i giornali.

Quando iniziarono i processi contro i dirigenti dei Fasci, i deputati Colajanni e Cavallotti ruppero con Crispi definendolo come il “pretoriano della borghesia”.

Anche il Partito Socialista di Turati, che contava appena 5 parlamentari, difese i Fasci siciliani.

Per ciò che concerne il bilancio dello Stato, il Ministro del Tesoro Sidney Sonnino, figlio di un ricco israelita livornese, introdusse delle misure impopolari, ma secondo lui necessarie.

Aumentò le imposte sui generi di prima necessità, restaurò il buon ordine amministrativo secondo criteri severissimi e riorganizzò il debito pubblico per ridare stabilità alla moneta italiana.

Poi portò alla fondazione della Banca Commerciale, finanziata e diretta da tedeschi, per ridare fiducia ai risparmiatori e limitare la fuga di capitali.

La Banca Commerciale introdusse il credito commerciale a breve termine e quello industriale a lungo termine, avviando l’industrializzazione dell’Italia.

Per ciò che concerne la politica estera, Crispi sostenne sempre le missioni coloniali in Africa.

Il problema nacque quando gli Abissini, il 1° marzo 1896, sconfissero le truppe italiane ad Adua causando la perdita di 7.000 soldati e nelle piazze italiane si iniziò a gridare “Viva Menelik!” e “Via dall’Africa!”. (Menelik era l’allora Imperatore d’Etiopia).

Il radical-socialista Cavallotti rivelò che il Re aveva sborsato parecchi soldi per riscattare la vita del Generale Galliano e dei suoi uomini, assediati nel forte di Macallé, soldi che però non arrivarono mai in Etiopia perché Crispi li dirottò per altri scopi.

Lo scandalo fu gigantesco, ancora più clamoroso di quello della Banca Romana, tanto che Crispi non ebbe nemmeno il coraggio di affrontare il Parlamento; diede le dimissioni ed uscì definitivamente di scena.

Morì nell’agosto del 1901.

Con il trattato di Addis Abeba, firmato nell’ottobre 1896, all’Italia restava l’Eritrea e la Somalia, i prigionieri vennero riscattati con 10 milioni ed i reduci sbarcati a Napoli.

Dopo le dimissioni di Francesco Crispi, l’incarico di Primo Ministro venne dato prima ad Antonio di Rudinì e poi al generale Luigi Pelloux.

La sera del 29 luglio 1900 a Monza, l’anarchico toscano Gaetano Bresci uccide il Re Umberto I.

Articoli Simili

Lascia un commento