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19. La Destra Storica

by Stefano Quadri

Cavour poco prima di morire (6 giugno 1861) designò come suo successore il toscano Bettino Ricasoli, perché, anche se i loro rapporti non furono sempre idilliaci, Ricasoli era un gran galantuomo di alta statura morale.

Il Re designò Ricasoli il 12 giugno 1861, ma senza entusiasmo, perché era una persona poco manovrabile, infatti appena insediato rifiutò sia lo stipendio di Ministro (la chiamava “la paga”), sia i biglietti ferroviari gratuiti.

Il contrario di ciò che accade oggi.

La questione più urgente era Roma.

Ricasoli chiese al Papa di rinunciare al potere temporale, in cambio del riconoscimento della sua sovranità sul Vaticano, con diritto di rappresentanza diplomatica, assegnandogli anche una rendita annuale di due milioni di lire.

Il concetto era: “Libera Chiesa in libero Stato”, concetto che irrigidì la Curia romana.

Il secondo fallimento di Ricasoli fu la questione del brigantaggio meridionale, che proprio allora scoppiava in tutta la sua virulenza.

Ricasoli volle la lotta ad oltranza, affidandola al Generale modenese Cialdini (generale di ferro), causando inutili spargimenti di sangue.

Dopo i due fallimenti, Ricasoli provocò l’astio dei moderati appoggiando una petizione dei democratici per far rientrare in Italia Giuseppe Mazzini gravemente ammalato.

Ricasoli si dimise il 1° marzo 1862 ed il Re diede l’incarico a Urbano Rattazzi di formare il nuovo governo.

Rattazzi gestì male la ripresa dei moti rivoluzionari organizzati da Mazzini e Garibaldi al grido di “Roma e Venezia!”, così il primo dicembre del 1862 il Re diede l’incarico a Luigi Carlo Farini.

Farini era il braccio destro di Cavour, un galantuomo dall’ingegno brillante, tuttavia fu una scelta infelice perché Farini era affetto da una malattia mentale.

Un giorno mise il coltello alla gola del Re minacciando di tagliargliela se non avesse dichiarato guerra alla Russia seduta stante, e bisognò internarlo in una clinica dove morì poco dopo.

Nel marzo del 1863 Minghetti prese il posto di Farini affidando il Ministero degli Esteri al giovane trentaquattrenne Visconti Venosta, che fece pressioni su Luigi Napoleone per ritirare da Roma il presidio francese.

Luigi Napoleone accettò alla condizione che la capitale fosse trasferita da Torino in un’altra città, perché, per maggiore sicurezza della Francia, preferiva che la capitale italiana non fosse vicino ai confini francesi.

Nel settembre del 1864, la capitale d’Italia venne trasferita a Firenze.

Il 21 e 22 settembre a Torino scoppiarono violentissimi scontri tra manifestanti contrari al trasferimento della capitale e le forze dell’ordine, che causarono 62 morti.

Il Re andò su tutte le furie, ma convinto che Luigi Napoleone, come contropartita, avrebbe ritirato le truppe francesi da Roma, intimò a Minghetti le dimissioni e poco dopo designò Alfonso La Marmora.

La Marmora era alla testa di un Ministero pieno zeppo di piemontesi in una Firenze diventata capitale dal giugno 1865. Firenze non gradiva affatto quel regalo di “città capitale” che Ricasoli aveva definito “una tazza di veleno”.

Galeotti scriveva allarmato “temo forte che me la sciupino” ed aveva ragione.

Furono operati diversi sventramenti per alloggiare i Ministeri, oltre ai circa 25-30 mila impiegati che arrivarono da Torino, stravolgendo la città e riempiendola di debiti.

In ogni caso il trasferimento della capitale accelerò il processo unitario; era già stato unificato il sistema doganale, monetario, il debito pubblico e gran parte del sistema amministrativo.

Restava da fare l’unificazione legislativa: i codici civile e penale e le varie procedure.

La fretta diede vita ad un sistema legislativo centrista, in un paese come l’Italia che invece era estremamente differenziato.

Questo è un vizio d’origine che si riflette ancora oggi, ma il lavoro da fare all’epoca era dare un volto all’Italia e farne una Nazione.

A battersi contro l’unificazione, in nome di bandiere pre-unitarie, erano solo i briganti, spesso armati e finanziati dallo Stato Pontificio e sobillati da preti, come il Cardinale di Napoli Riario Sforza.

Vi furono ben 70 vescovi arrestati per collusione con i briganti, 7.000 dei quali vennero fucilati.

L’opinione pubblica era traumatizzata da tutta quella violenza e Massimo D’Azeglio scrisse questa lettera a Matteucci:

“La questione di tenere Napoli o non tenerla mi pare che dovrebbe dipendere più di tutti dai napoletani.

A Napoli abbiamo cacciato un Sovrano per stabilire un governo col consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua dal Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là sì. Dunque dev’esser corso qualche errore. Dunque, o cambiar principio o cambiar atti, e trovar modo di sapere dai napoletani una buona volta se ci vogliono, sì o no. Perché a chi volesse chiamar tedeschi in Italia, credo che gl’italiani che non vogliono hanno diritto di fare la guerra. Ma a italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare fucilate”.

Questa lettera venne pubblicata su un giornale francese a conferma del pensiero di Napoleone, che considerava l’unità italiana troppo affrettata e senza basi.

Alla Camera venne varata la legge Pica (un deputato abruzzese) che proclamava tutto il Sud “in stato di brigantaggio” e trasferiva i reati di brigantaggio dai tribunali ordinari a quelli militari.

Alla fine del 1865 il brigantaggio fu effettivamente debellato, ma non ne vennero debellate le cause e, qualche decennio dopo, Nitti scriveva che per il “cafone” non c’era alternativa: “o emigrante o brigante”.

Per cercare di contrastare il brigantaggio furono impegnati oltre 100.000 soldati dell’esercito per circa 10 anni!

Nel giugno del 1866 scoppiò la terza guerra d’indipendenza italiana.

La Prussia attaccò l’Austria per eliminarne l’influenza sulle rispettive nazioni e come previsto dal trattato di alleanza italo-prussiana, nell’aprile del 1866 l’Italia dichiarò guerra all’Austria.

La pace di Vienna del 1866 ci consegnò il Veneto, che con il solito plebiscito (650.000 si e 60 no) chiese l’annessione all’Italia.

Nell’aprile del 1867 Rattazzi fu di nuovo Primo Ministro varando una legge che liquidava il patrimonio della Chiesa, sopprimendo ben 25.000 enti ecclesiastici e mettendoli all’asta.

Fu una festa sia per gli speculatori, che per il Tesoro, e un duro colpo per la Chiesa.

Garibaldi, Mazzini e Rattazzi cercarono di sobillare i romani all’insurrezione, per togliere ogni pretesto di intervento alla Francia e metterla di fronte al fatto compiuto, perché a Roma c’era ancora il presidio francese.

Però i romani non si mossero, nonostante Garibaldi fosse già pronto sulla vetta del Monte Sacro con un esercito. Il motivo fu che i romani sapevano bene che Garibaldi poteva contare solo su 7.000 uomini ed era privo di artiglieria pesante, mentre a Civitavecchia c’erano le navi da guerra francesi.

Vittorio Emanuele II, nel 1867, designò Luigi Federico Menabrea come Primo Ministro al posto di Rattazzi

Intanto Garibaldi fu sconfitto a Mentana dai francesi che disponevano di nuovi fucili Chassepot a tiro rapido.

Nella battaglia Garibaldi lasciò sul terreno 150 morti e 1.600 prigionieri.

Suo genero Canzio dovette trascinarlo via con la forza per impedirgli di farsi ammazzare.

Garibaldi condusse i superstiti a Passo Corese dove furono presi in consegna dai regolari del generale Ricotti.

Poi fu ricondotto all’isola di Caprera.

La sinistra italiana uscì divisa dalla sconfitta di Mentana, tra garibaldini e mazziniani.

Anche i moderati ne uscirono screditati, a causa dell’ambiguo comportamento e timidezza di fronte alla Francia.

Dopo la guerra del 1866 fra il Regno d’Italia e l’Impero austriaco, la crisi economica portò il disavanzo ad una cifra mai toccata prima: 721 milioni di lire italiane.

Il Ministro delle Finanze Cambray-Digny aumentò le tasse, inventandosi anche la tassa sul macinato, così le varie macine della nazione furono provviste di un contatore (tipo quello della corrente elettrica).

Scoppiarono tumulti in tutta Italia che lasciarono sul campo 250 morti e 1.000 feriti e, nonostante questa tassa fruttò appena 30 milioni, fu mantenuta ugualmente.

Successivamente venne appaltato il monopolio dei tabacchi, che dava un gettito di 170 milioni l’anno, e venne anche accelerata la vendita dei beni ecclesiastici.

Il 15 dicembre 1869 il Re diede la Presidenza del Consiglio a Giovanni Lanza, con Quintino Sella Ministro delle Finanze

A causa della guerra franco-prussiana scoppiata nel luglio del 1870, Luigi Napoleone ritirò la sua guarnigione da Roma, dicendo che “affidava l’integrità dello Stato pontificio all’onore del Re d’Italia”.

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