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18. L’Unità d’Italia

by Stefano Quadri

Il 27 Aprile del 1859 scoppiò la seconda guerra d’indipendenza italiana, che vedeva Francia e Piemonte alleate contro l’Impero austriaco.

Nell’aprile del 1859 l’Austria lanciò un ultimatum al Piemonte imponendogli di disarmare.

Questo, agli occhi dell’Europa, fece apparire l’Austria come aggressore e Napoleone III, che desiderava la guerra contro l’Austria, si schierò a fianco del Piemonte.

L’8 giugno i franco-piemontesi entrarono a Milano, ma un mese dopo Napoleone III e Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria, decisero di firmare il trattato di pace a Villafranca, che, di fatto, manteneva il Veneto sotto il dominio austriaco.

La pace di Villafranca fu l’ultimo tentativo di potenze straniere di dare all’Italia una sistemazione politica senza consultare gli italiani.

Nell’agosto e settembre dello stesso anno (1859) votarono l’annessione al Piemonte le Assemblee Costituenti di Toscana (Ricasoli), Modena e Parma (Farini) e le Legazioni Pontificie Emiliane (Minghetti) e Romagnole (Audinot).

Ricasoli (Toscana), per far votare le masse contadine, spesso ostili all’unificazione perché condizionati da parroci reazionari, ordinò ai Prefetti di andare a stanare i contadini nelle loro case, con le buone o con le cattive.

Le masse contadine, infatti, essendo all’epoca refrattarie ad una Italia unita, avevano difficoltà persino ad accettarne l’idea.

E questo vizio d’origine pesa ancora oggi sulla vita della Nazione.

L’Italia nasceva dal genio di uno statista come Cavour su una popolazione inerte.

A seguito dell’annessione al Piemonte di Lombardia, Toscana, Emilia e Romagna, come da accordi, Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia.

Nel 1859, a Napoli, moriva Ferdinando II.

Gli succedette il figlio Francesco nello stesso periodo in cui il moto unitario iniziava a farsi sentire anche al sud iniziando a travolgere il regno dei Borbone.

Vittorio Emanuele del Piemonte propose a Re Francesco di spartire la penisola in due potenti stati, uno a Nord ed uno a Sud, arricchiti dalle spoglie dello Stato Pontificio che doveva ridursi solo a Roma e provincia, ma Re Francesco rifiutò.

I moti rivoluzionari iniziavano a farsi sentire anche in Sicilia, dove si trovava l’avvocato Francesco Crispi, esule dal 1848 prima a Malta e poi a Londra, dove aveva stretto intima amicizia con Giuseppe Mazzini.

Crispi tornò clandestinamente in Sicilia nel 1859, organizzando dei comitati rivoluzionari per scatenare un’insurrezione e con lo scopo di dare al Piemonte il pretesto di intervenire.

Crispi si rivolse a Garibaldi che, grazie a Nino Bixio, prese due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, ed il 5 maggio del 1860 partì da Quarto verso le coste siciliane con a bordo 1088 volontari più una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Francesco Crispi.

La maggioranza dei volontari era bergamasca, di estrazione borghese o artigiana. C’era anche il giovane poeta Ippolito Nievo, il figlio di Manin e di Garibaldi, oltre che Francesco Crispi.

Le due navi, partite da Quarto, per evitare di incrociare la flotta borbonica, fecero una rotta diversa finendo vicino alle coste tunisine, intenzionati a sbarcare verso la zona di Sciacca (Agrigento).

In mare, i Mille incrociarono prima degli inglesi a bordo di un veliero e poi un peschereccio siciliano, ed entrambi li informarono che il porto di Marsala non era protetto dalle navi borboniche.

Al porto di Marsala vi erano due navi da guerra inglesi, ferme al porto per proteggere i magazzini inglesi di vino, e questo fece ritardare l’intervento della Marina borbonica.

La Marina inglese restò neutrale, anche perché non avrebbe potuto fare altro, dato che le navi erano al largo ed i rispettivi comandanti inglesi erano a terra.

La neutralità della Marina inglese fu confermata durante la battaglia di Palermo quando Garibaldi, restato quasi senza polvere da sparo, inutilmente la chiese alle navi da guerra inglesi ormeggiate al largo.

Il 15 maggio Garibaldi, vincendo sia a Calatafimi che a Milazzo conquistò la Sicilia.

La spedizione attraversò lo stretto di Messina il 20 agosto ed il 7 settembre entrò a Napoli, salutata da 500.000 napoletani.

Re Francesco lasciò Napoli poche ore prima, dirigendosi verso Gaeta con un esercito di 50.000 uomini.

Le file di Garibaldi si andavano ingrossando ed ora disponeva di un esercito di 20.000 uomini che marciavano verso il Volturno, dove Re Francesco, con i suoi 50.000, si preparava alla controffensiva.

La Francia aveva ancora una guarnigione a Roma, e Cavour chiese a Luigi Napoleone di poter annettere le Marche e l’Umbria strappandole al Papa. Questo allo scopo di battere Garibaldi sul tempo, prima che l’opinione pubblica lo identificasse come l’unificatore nazionale.

Luigi Napoleone rispose: “Fate, ma fate presto”.

La campagna durò diciotto giorni e consistette nella sola battaglia di Castelfidardo, dove il generale modenese Enrico Cialdini (chiamato poi “il generale di ferro”), sconfisse le truppe del suo pari in grado Lamoricière.

Il 1° ottobre 1860 Garibaldi sconfisse le truppe di Re Francesco al Volturno, i sostenitori dell’annessione riempirono le piazze e, nei plebisciti, stravinsero i sì favorevoli all’annessione.

Il 26 ottobre Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrarono a Teano ed il 1° novembre cadde l’ultima roccaforte borbonica di Capua.

Re Francesco si rifugiò in esilio a Roma ed il 7 novembre Vittorio Emanuele fece il suo ingresso a Napoli.

Anche Giuseppe Mazzini, che si trovava a Napoli, si incontrò con Garibaldi nella speranza di poterlo recuperare alla causa rivoluzionaria per poi poter annettere Roma e Venezia.

Ma Garibaldi rispose che per un’operazione del genere occorreva l’appoggio di Vittorio Emanuele II con mezzo milione di soldati, e rifiutando tornò all’isola di Caprera.

Nel gennaio del 1861 si votò.

Il diritto di voto era riservato ai soli cittadini maschi, dai 25 anni in su e che pagassero almeno 40 lire d’imposte all’anno.

Significava poco meno del 2% della popolazione e quasi tutta al nord.

I preti incitarono all’astensionismo con “né eletti, né elettori”, per cui, su 418.000 aventi diritto, votarono solo in 240.000.

Nella nuova configurazione parlamentare solo otto deputati erano dell’opposizione democratica, le destra reazionaria legata alla Chiesa non ne aveva nessuno, a causa dell’astensionismo richiesto dai preti, i restanti erano i liberali moderati di Cavour, quello che nella accezione comune divenne “la Destra Storica”.

Questo spianò la strada alla proclamazione dell’Unità d’Italia e alla consacrazione di Vittorio Emanuele II.

Mazzini chiese che il primo Parlamento italiano facesse da Costituente redigendo un solenne patto tra la Corona e la Nazione, ma Cavour disse che il Popolo, attraverso il voto popolare, aveva già scelto di affidarsi alla Dinastia Reale senza chiedere nessun patto.

I mazziniani volevano limitare le interferenze del Re in campi che non gli competevano, perché la consacrazione diretta per voto popolare conferiva alla Monarchia un carattere autoritario.

In meno di due anni Cavour aveva fuso al Regno sardo-piemontese la Lombardia, i Ducati di Parma e Modena, il Granducato di Toscana, gli Stati Pontifici e il Regno delle Due Sicilie.

Per completare l’unità nazionale mancava Venezia, ancora sotto l’Austria, ed il Lazio, dove il Papa era protetto da Luigi Napoleone.

Il Risorgimento fu così una guerra di liberazione contro l’Austria, ma anche una guerra civile tra i moderati e lo schieramento democratico.

E la vinsero i moderati.

Il primo motivo alla base della vittoria dei moderati, oltre quella di avere alle spalle lo Stato sardo-piemontese, era quella di essere socialmente omogenei, perché appartenevano alla nobiltà e alla media e grande borghesia.

Inoltre costituivano una categoria di “notabili”, e di conseguenza avevano una certa pratica nei pubblici affari.

Lo schieramento democratico, invece, era composto da persone di estrazioni sociali diverse come studenti, intellettuali, piccoli borghesi di categoria mercantile, artigiani e qualche operaio.

Era difficile fondere insieme queste forse disparate.

Infatti neanche Mazzini riuscì a tenerle unite, nemmeno sotto il Partito d’Azione.

Teniamo anche conto che i moderati avevano l’appoggio di Cavour, un autentico uomo di Stato, freddo e geniale; mentre i democratici potevano contrapporre Garibaldi, un uomo d’azione, ma con poco cervello, e Mazzini, un uomo di grande cervello, ma con poche qualità di azione.

Il 17 marzo del 1861, il Risorgimento diede vita ad uno Stato con due vizi d’origine.

Il primo fu il centralismo del potere, una forte inversione ideologica, perché i moderati di Cavour, a differenza dei democratici di Mazzini, erano autonomisti e miravano ad una confederazione con un solo potere centrale, sia pure sotto la corona dei Savoia.

Il secondo fu la costituzione di una oligarchia chiusa, per cui i moderati, vinte le elezioni, confiscarono di fatto lo Stato e per qualche decennio se lo trasmisero di generazione in generazione, come se fosse un bene di famiglia.

Le masse rimasero estranee a tutto ciò, fino all’arrivo di Giolitti.

Il Popolo rimase estraneo alla formazione dello Stato, continuando ad indentificarlo nella borghesia e, trovando difficoltà ad inserirsi nello Stato.

Nel Popolo nacquero crisi, rancore e odio verso un sistema di gerarchia chiusa e poco incline alla meritocrazia.

È la storia di oggi, che in realtà iniziò allora.

Tutto ciò era in antitesi con il Risorgimento, che aveva dato un forte scossone all’Italia ed una nuova ventata di sogni, speranze, cultura ed arte.

Nel campo dell’arte ad esempio, il Risorgimento diede Giuseppe Verdi (1813-1901), autore dell’Aida, la Traviata, il Rigoletto, il Nabucco, il Trovatore e altri.

Il suo Va’, pensiero del 1842 fu un successo enorme e gli italiani lo fecero proprio, tanto che Cavour lo volle a tutti i costi deputato nel primo Parlamento italiano.

Lo Stato italiano venne proclamato nel marzo del 1861, e di fatto, fu l’annessione della penisola al Piemonte.

Dato che il Piemonte si era formato sul modello statale francese, rigidamente centralista, dove il Prefetto era praticamente onnipotente, lo stesso modello venne applicato alla neonata Nazione Italiana.

Questo accadde perché mancò quasi completamente una spinta rivoluzionaria dal basso, l’unica che avrebbe potuto limitare l’invadenza del potere centrale.

Il Risorgimento, in buona sostanza, fu un’operazione di vertice……e così l’Italia unificata sotto la corona di Vittorio Emanuele II nacque accentrata e prefettizia”.

L’Italia, senza il Lazio e Venezia, contava 22 milioni di abitanti i quali, per la prima volta dalla caduta di Roma, ovvero dopo quindici secoli, iniziavano a vivere sotto lo stesso tetto e sotto le stesse leggi.

Circa il 70% degli italiani viveva di agricoltura e l’Italia, in quel momento, era una frangia agricola dell’Europa industriale.

Accollandosi i debiti contratti dal Piemonte per le guerre di liberazione, il bilancio italiano era in dissesto finanziario, con una voragine pari al doppio del reddito nazionale.

Nel 1861 gli analfabeti erano l’80% della popolazione, ma mentre in Piemonte, Lombardia e Liguria la percentuale scendeva al 50%, nel Sud saliva al 90%.

È stato anche a causa dell’analfabetismo che gli italiani rimasero sordi agli appelli di Mazzini, relegando il Risorgimento ad un’iniziativa di una piccola élite, invece che un riflesso della partecipazione popolare.

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