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17. Il Risorgimento (4)

by Stefano Quadri

La grande massa contadina, che rappresentava il 70% della popolazione era rimasta estranea alla causa Nazione, ma in alcune città il Popolo aveva combattuto fino all’ultimo.

Questo fatto segnò una vera e propria svolta nella storia dell’Italia.

Dopo secoli e secoli di buio liberticida, perpetrato dal dominio ecclesiastico ed aristocratico, fatto di corruzione, clientelismo, analfabetismo diffuso, inquisizioni, censura, prigione e pene capitali, finalmente l’Italiano si stava risvegliando.

A Venezia avevano combattuto volontari provenienti da tutta Italia, fianco a fianco. Le catene che imprigionavano mente e anima degli italiani si erano spezzate, il sogno di un’Italia Unita iniziava a brillare nei cuori.

Ormai era solo questione di tempo, anche se in apparenza tutto sembrava finito nel nulla, perché sulla carta geografica non vi erano cambiamenti, i vecchi Stati si erano ricostituiti e l’Italia sembrava tornata indietro di decenni.

Su tutta la penisola iniziò una durissima repressione ed una caccia all’uomo.

Le Costituzioni vennero abolite e ripristinata una inflessibile censura.

A dimostrazione che le coscienze si stavano risvegliando, quando Pio IX, nell’Aprile del 1850, fece ritorno a Roma venne accolto solo da alcuni nobili.

Il suo unico presidio era l’esercito francese, che occupava Roma, e quello austriaco che occupava Ancona.

Colui che in Italia era stato osannato come il più italiano di tutti i Papi, ora veniva disprezzato come il peggiore nemico della Patria e il più infame di tutti i tiranni.

A Napoli tutto il meglio del pensiero liberale e democratico (Spaventa, Poerio, Settembrini, Nisco) finì in prigione e vi rimase fino all’arrivo di Garibaldi.

 Vittorio Emanuele fu l’unico a confermare la Costituzione, facendo diventare il Piemonte lo Stato-guida della penisola.

In Francia, nel frattempo, si stava combattendo una battaglia strategica e politica.

Le forze che permisero a Luigi Napoleone di ripristinare l’Impero con un colpo di Stato, nel 1851, erano le forze conservatrici, mentre i veri padroni del regime erano i grandi banchieri, come Rothschild, Laffitte e Talabot, che volevano moltiplicare i loro capitali e guadagnare potere nella geopolitica europea.

Per questo motivo Napoleone non volle controfirmare la politica reazionaria della Chiesa e dell’Austria, perché era in contrasto con le forze borghesi, che invece volevano la Francia come lo Stato-guida dell’Europa.

Lo sviluppo politico europeo era sempre più dominato da forze liberal-borghesi tese alla creazione di Stati nazionali.

Ed in questo contesto l’Impero austriaco rappresentava un’anomalìa, mentre il Piemonte, con la sua Costituzione ed un governo moderato, entrò nella storia d’Europa.

Nell’Italia dell’epoca il gioco politico era condotto da tre forze distinte: reazionari, liberal-moderati e democratici-rivoluzionari.

I reazionari dominavano tutta la penisola eccetto il Piemonte, ma ormai erano fuori dai giochi, i democratici-rivoluzionari erano sparsi a macchia di leopardo negli stati della penisola, mentre i liberal-moderati, in pieno sviluppo, erano al potere soltanto in Piemonte, che però rappresentava l’unico Stato italiano agganciato al carro dell’evoluzione europea.

Per questo motivo il Piemonte fu il protagonista del Risorgimento italiano.

Il 6 Agosto 1849 il Piemonte firmò la pace con l’Austria i cui punti fondamentali erano:

  • lo sgombero da parte austriaca di tutti i territori occupati, compresa Alessandria
  • ristabilimento dei vecchi confini
  • risarcimento all’Austria di 75 milioni di franchi.

In Piemonte furono indette le elezioni vinte dai moderati; alla Camera venne eletto Primo Ministro Massimo D’Azeglio e come Ministri emersero Siccardi, Minghetti, La Marmora, Mameli, Nigra e Cavour.

Per gli italiani il Piemonte divenne simbolo di regime libero ed un modello di Stato per tutta la penisola.

Il Parlamento piemontese si reggeva sull’alleanza tra le forze moderate, tra cui D’Azeglio e Cavour, e quelle di estrema destra, tra cui Menabrea e Revel.

L’opposizione non era omogenea, essendo formata dai democratici di centro-sinistra, guidati da Rattazzi, e dall’estrema sinistra, tra cui Brofferio e Valerio.

Nel gennaio del 1852 Cavour e Rattazzi si incontrarono segretamente per rovesciare il governo D’Azeglio.

Cavour, che aveva aperto a sinistra, disse a Rattazzi che il Governo poteva fare a meno dell’appoggio dell’estrema destra di Menabrea e Revel, così destra e sinistra si allearono rovesciando il Governo di Massimo D’Azeglio.

Nel maggio dello stesso anno (1852) Cavour (destra) propose Rattazzi (sinistra) come Presidente della Camera, vincendo di un solo voto.

D’Azeglio, disgustato, rassegnò le dimissioni da Primo Ministro proponendo egli stesso Cavour come suo successore.

Dopo il ribaltone, Revel (estrema destra) disse che quello di Cavour “era un nuovo connubio”, definendo così l’operazione politica che poi stravolse il corso della Storia italiana.

Il 4 Novembre 1852 Cavour entrò in carica come Primo Ministro del Governo, chiamato “il grande Ministero”, e vi restò in carica fino al compimento dell’unità nazionale, di cui fu il vero protagonista.

Cavour era un uomo politico completo, che della politica accettava tutto, anche gli aspetti peggiori, come gli opportunismi e il doppio gioco.

Cavour aveva capito che senza il connubio con i movimenti democratici e rivoluzionari italiani (sinistra di Rattazzi), avrebbe perso la possibilità di unire l’Italia. Ecco perché aveva fretta di salire al governo.

L’alleanza con Rattazzi serviva a rompere l’opposizione democratica, isolandone la punta massimalista.

Una simile e sottile operazione sporca, quantomeno sleale, D’Azeglio non sarebbe stato capace né di farla, né di concepirla, essendo un dilettante della politica, al contrario del suo rivale Cavour.

“E’ stato il più bell’atto della mia vita” diceva Cavour.

E D’Azeglio non gli serbò mai rancore.

Intanto Mazzini, da Ginevra, convinto che in Europa ci fosse un forte spirito rivoluzionario, scriveva:

Noi oppressi siamo più forti degli oppressori. Se alla lega dei Principi, riusciamo a contrapporre una Santa Alleanza dei popoli, abbiamo vinto”.

Con questa certezza Mazzini costituì un Comitato Democratico Europeo e redasse anche un Manifesto.

Tuttavia vi erano diversi contrasti ideologici e l’attacco più velenoso arrivò a Mazzini da Marx e Engels, i quali non concepivano altra lotta che quella di classe, considerando l’unità nazionale predicata da Mazzini una “truffa borghese”.

Mazzini non respingeva la lotta di classe, ma la subordinava a quella nazionale, e le sue parole d’ordine continuavano ad essere Libertà, Indipendenza e Unificazione.

Carlo Cattaneo, che dopo le Cinque Giornate di Milano, si era ritirato in Canton Ticino, pur simpatizzando con Mazzini, rimaneva federalista e quindi contrario all’unità centralista.

Dopo la Repubblica Romana, il prestigio di Mazzini in Italia era fortemente risalito e la sua presenza era la sola a potersi contrapporre a quella di Cavour.

Cavour era godereccio, spregiudicato, realista; Mazzini era ascetico, puritano, idealista. Anche sul piano umano erano completamente diversi, ma avevano in comune la stessa dedizione alla Causa e la capacità di dedicarvi grandi energie.

Mazzini riuscì a riorganizzare quasi tutte le forze democratiche fino a Roma e il 6 febbraio del 1853 tentò una rivolta a Milano contro gli austriaci, ma fu un fallimento e lo accusarono di improvvisare e di giocare con il sangue degli altri.

Mazzini rispose alle accuse con un opuscolo Agl’Italiani e annunciando la nascita del Partito d’Azione, nel quale aderirono molti operai e artigiani.

Tornato a Londra, Mazzini crollò.

Si sentiva maledetto da tutti.

Nell’Ottobre del 1853, Cavour, con 15.000 uomini, partecipò alla guerra di Crimea contro la Russia dello zar Nicola I°, facendo entrare il Piemonte nell’alleanza austro-franco-inglese.

Cavour venne attaccato da Mazzini che scrisse: “i tre colori d’Italia sventoleranno sugli stessi campi in armonia col giallo e nero dell’Austria”.

Mazzini aveva capito che Cavour voleva aggraziarsi le potenze occidentali per fare l’Italia col loro aiuto, affidandosi alla diplomazia ed alle armi di Francia e Inghilterra, invece che allo spirito rivoluzionario degli italiani.

Così Cavour strappava l’iniziativa unificatrice al movimento democratico, verso una soluzione monarchica e conservatrice.

In realtà avevano ragione tutti e due, sia Cavour che Mazzini.

Cavour, con ragione, sosteneva che l’Italia non poteva essere fatta dai pochi italiani che la volevano, perché non avevano il supporto delle masse popolari.

Mazzini, con altrettanta ragione, sosteneva che unificare l’Italia con diplomazia e armi straniere era inutile, perché era come un mastice che non avrebbe tenuto.

L’Italia si fece come voleva Cavour, perché non c’era altro modo; ma il mastice si rivelò debolissimo, come aveva previsto Mazzini.

Nel 1856, a Parigi, venne firmata la pace della guerra di Crimea ed il Piemonte, al pari delle altre potenze, fu ammesso al tavolo delle trattative.

Questo fece sì che tutto il movimento patriottico italiano, anche quello mazziniano, guardasse al Piemonte come Stato-guida dell’Italia.

La soluzione monarchica e moderata aveva la meglio su quella democratica e rivoluzionaria”.

Inoltre il Piemonte, grazie alla politica liberista di Cavour, era il più florido, il meglio amministrato ed il più efficiente degli Stati italiani.

Napoli inaugurò la prima ferrovia, che però rimase unica snodandosi solo per poche decine di chilometri, mentre il Piemonte ne costruiva per 850 chilometri.

Napoli teneva il bilancio in attivo, ma era senza strade, senza scuole e senza servizi.

Torino aggravava il disavanzo, ma con lo scopo di potenziare l’agricoltura e ammodernare l’industria, rendendola competitiva con quella straniera.

“Il napoletano Scialoja pubblicò un interessante raffronto fra le politiche economiche dei due Stati, e previde che, all’unificazione dell’Italia, le industrie meridionali, tenute al riparo dalla concorrenza, grazie ai regimi doganali, sarebbero state spazzate via da quelle piemontesi che fornivano prodotti migliori e più a buon mercato”.

Torino divenne anche il centro intellettuale d’Italia. Infatti gli intellettuali che scappavano dalla repressione non si rifugiavano più a Parigi, ma a Torino.

Nel capoluogo piemontese ne confluirono circa 30.000 e di tutte le professioni: giuristi, scienziati, economisti, storici, giornalisti.

Tutta la futura classe dirigente nazionale si rifugiava a Torino.

Adesso Mazzini, Garibaldi e Manin concordavano che bisognasse fare l’Italia col concorso di tutti, compreso il Re del Piemonte; poi gli italiani avrebbero scelto fra Monarchia e Repubblica.

Cavour capì che iniziava ad avere il controllo di tutte le forze patriottiche italiane, si incontrava spesso con il Re e in uno di essi era presente anche Garibaldi, venuto segretamente da Caprera.

Cavour fece capire a Garibaldi che presto sarebbe venuto il momento d’agire, ovviamente agli ordini del Piemonte.

Cavour offriva la rivoluzione senza rivoluzione, inquadrata nel contesto del Piemonte liberale.

Mazzini, al contrario di Cavour, era convinto che, a causa della repressione in atto in tutti gli Stati della penisola, occorresse agire d’azione per appiccare il fuoco dell’insurrezione che, secondo lui, covava in tutta Italia.

Questo fu l’errore grave di Mazzini, credere ad un potenziale rivoluzionario che in realtà non aveva ancora i numeri per vincere.

Ne è un esempio Carlo Pisacane, napoletano, nato da una famosa famiglia partenopea e figlio cadetto del Duca di San Giovanni.

Pisacane, oltre che essere amico di Mazzini, ne condivideva anche le idee, ossia che la rivoluzione dovesse partire dalle masse popolari.

Fu Pisacane a proporre a Mazzini l’idea di accendere dei moti insurrezionali al sud.

Mazzini si era curato sempre poco del meridione, perché, essendoci scarso materiale rivoluzionario, pensava che non avrebbe funzionato; mentre Pisacane la pensava esattamente al contrario, convinto che le condizioni di arretratezza dei contadini meridionali li predisponeva alla rivoluzione.

Pisacane ed i suoi compagni, nel luglio del 1857 provarono a far insorgere i contadini a Sapri (provincia di Salerno), ma furono attaccati sia da un reparto borbonico, sia da quei contadini che Pisacane voleva sollevare.

Ferito, preferì uccidersi con un colpo di pistola.

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