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16. Il Risorgimento (3)

by Stefano Quadri

Pio IX, concedendo l’amnistia a diversi condannati politici che affollavano le galere italiane, venne all’inizio scambiato per un “liberale e patriota”.

In realtà Pio IX non fece altre concessioni, ma la suggestione fu tale da farlo apparire come il Papa di Gioberti, pronto a guidare la crociata per l’indipendenza nazionale.

Era un’idea folle, oltre che priva di fondamento.

Nessuno vedeva, o non voleva vedere, la totale assurdità di una Italia libera e indipendente grazie alla Chiesa, la stessa Chiesa che invece aveva soffocato l’Italia per secoli e secoli, anche con repressione, inquisizione e domini stranieri.

L’Italia e l’opinione pubblica però inneggiava a papa Pio IX, e questa volta la censura non poté reprimere il crescente sentimento nazionale.

Intanto D’Azeglio scrisse “Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana”, secondo cui l’Italia poteva e doveva raggiungere l’indipendenza non con la rivoluzione armata, ma con una serie di riforme che eliminassero le differenze fra gli stati della penisola, abolendo le dogane, che inibivano gli spostamenti e gli scambi commerciali.

Pio IX approvò il lavoro di D’Azeglio.

Poco dopo scoppiarono diverse insurrezioni nella penisola italiana da parte di liberali che volevano più libertà.

Così nel febbraio del 1848, sia Ferdinando II Re delle Due Sicilie, che Leopoldo II, Granduca di Toscana, concessero la Costituzione.

Un mese dopo Re Carlo Alberto promulgò lo Statuto in Piemonte, sotto la spinta di Goffredo Mameli e Nino Bixio, partiti da Genova, e del giovane moderato Camillo Benso di Cavour.

Venne varato il primo parlamento: il Presidente fu Cesare Balbo, Ricci Ministro degli Interni, Pareto Ministro degli Esteri.

Ora i patrioti guardavano sempre più al Piemonte come allo Stato-guida della penisola.

Anche Pio IX concesse una specie di Costituzione nello Stato Pontificio, nel cui governo figuravano due eminenti liberali emiliani, Minghetti e Farini.

Farini, sulla costituzione pontificia disse che era “la conferma costituzionale del più incostituzionale dei regimi, in cui l’ultima parola, su ogni materia, resta a un Concistoro segreto, che non deve nemmeno render ragione delle sue decisioni”.

Tutta l’Italia fu apparentemente “promossa” al regime costituzionale, tranne il Lombardo-Veneto ancora sotto il dominio del primo ministro austriaco Metternich, che però stava per cadere.

A Milano c’era un grande fermento animato da Cesare Correnti, Carlo Cattaneo, Tenca, Manara e dai fratelli Dandolo, una sorta di consiglio rivoluzionario permanente.

Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1848, i rivoluzionari milanesi fecero stampare un proclama nel quale si chiedeva l’immediata istituzione di una Reggenza, l’abolizione della polizia politica, della censura e la formazione di una Guardia Civica.

Tutta la popolazione milanese era chiamata a raccolta per il giorno seguente, fra San Babila e San Carlo. L’appello terminava così: “il destino d’Italia è nelle nostre mani: un giorno può decidere la sorte d’un secolo. Offriamo pace, ma non temiamo la guerra”.

Infatti l’indomani, sotto la residenza del governatore, c’era un mare di gente che urlava “abbasso la polizia, vogliamo la Guardia Civica”.

A Milano scoppiarono scontri e combattimenti ovunque i dimostranti incontravano soldati austriaci.

Il Maresciallo Radetzky intimò i milanesi a deporre immediatamente le armi, altrimenti avrebbe inviato centomila soldati e bombardando Milano con i suoi 200 cannoni.

I milanesi non gli risposero nemmeno ed iniziarono a costruire delle barricate.

Venne istituito un “Consiglio di guerra” nel quale emerse Carlo Cattaneo, allievo del giurista ed economista Gian Domenico Romagnosi.

Carlo Cattaneo non condivideva l’idea rivoluzionaria di Mazzini, né quella clericale Gioberti, che indicava una Chiesa rigeneratrice, né quella di Balbo e di D’Azeglio che erano per una iniziativa sabauda.

Secondo Cattaneo l’Italia non si poteva fare se prima non si facevano gli italiani, elevando il loro livello morale e culturale.

Cattaneo era convinto che cacciare gli austriaci dall’Italia per darla in appalto al Piemonte, che era più indietro rispetto all’Impero austriaco, non aveva senso.

L’indipendenza sarebbe arrivata inevitabilmente, ma a seguito di un progresso civile che desse agli italiani la coscienza di essere italiani.

Questo poteva succedere anche sotto il dominio dell’Austria, se il primo ministro austriaco Metternich avesse concesso adeguati diritti di autodecisione e autogoverno alle province italiane, come aveva fatto con quelle slave e tedesche facenti parte del suo Impero.

Carlo Cattaneo, per propagare le sue idee aveva fondato un periodico dal titolo Il Politecnico.

Per Cattaneo l’Italia era la Lombardia, inoltre conosceva molto bene la Svizzera, di cui ammirava le autonomie locali, ed era imbevuto di cultura inglese di cui lo affascinava il tipico realismo.

Intanto a Milano, dopo violentissimi scontri, il Maresciallo Radetzky fu costretto a ritirarsi e venne eletto un Consiglio d Guerra che stendeva questo consuntivo: “quattromila morti gli austriaci, poco più di quattrocento morti gl’insorti”.

Già alle prime notizie delle barricate di Milano, a Venezia venne proclamata la Repubblica di San Marco, con Niccolò Tommaseo e Daniele Manin Presidente; mentre Piemonte e Liguria erano in fiamme e gruppi di giovani marciavano per passare il Ticino e correre in aiuto dei milanesi.

In questa situazione incandescente Re Carlo Alberto del Piemonte non voleva entrare in guerra contro gli austriaci, ma allo stesso tempo temeva che i repubblicani milanesi prevalessero e fondassero uno Stato che, per maggiore peso demografico e superiore livello economico, poteva strappare al Piemonte la sua funzione di Stato guida della nuova Italia.

Alla fine Re Carlo Alberto entrò in guerra, ma l’indecisione fece perdere ai piemontesi l’iniziale vantaggio sulle truppe austriache, che ebbero il tempo di riorganizzarsi nel famoso Quadrilatero di Peschiera-Mantova-Verona-Legnago, così da attendere i rinforzi dall’Austria.

Le insurrezioni di Milano avevano infuocato mezza Italia, a parte il meridione, perché il Papa e i Borbone, dissociandosi dalla lotta per l’indipendenza, divisero il fronte patriottico.

Il 7 aprile 1848, Giuseppe Mazzini rientrò in Italia dopo quasi 20 anni.

Egli non credeva affatto in Carlo Alberto, ma dato che il Re si batteva contro l’Austria per dare unità e indipendenza all’Italia, non intendeva contrastarlo, protestò però contro la fusione della Lombardia con il Piemonte, che avvenne il 29 maggio 1848 a seguito di un plebiscito con 561.000 si e 681 per il rinvio.

A seguire, altri plebisciti sancirono l’annessione al Piemonte di Veneto, Parma e Piacenza.

L’indecisione cronica di Carlo Alberto, assieme all’inettitudine del suo esercito, portò alla disfatta di Custoza del 25 luglio 1848.

Due giorni dopo, il Consiglio di Guerra chiese un armistizio, per cui l’esercito piemontese dovette abbandonare tutta la Lombardia riattraversando il vecchio confine del Ticino.

Mazzini scriveva: “la guerra regia è finita. Comincia quella del Popolo”.

E infatti c’era un uomo di nome Giuseppe Garibaldi che, tornato un mese prima dal Brasile, l’aveva già cominciata di sua iniziativa, alla guida di 1.500 disperati che marciavano verso Bergamo.

Tutti gli obbedivano, affascinati dalla sua calma e dal suo coraggio.

Dell’incontro con Carlo Alberto, Garibaldi scrisse così nelle sue Memorie: “Lo vidi, conobbi diffidenza nell’accogliermi, deplorai nelle titubanze e incertezze di quell’uomo il destino male affidato della nostra povera patria”.

Per questo Garibaldi decise di trasferirsi a Milano, mettendosi a disposizione del governo provvisorio, dove gli consentirono di organizzare una legione di volontari, fra i quali figurava anche Giuseppe Mazzini.

La sconfitta di Custoza provocò grossi contraccolpi in tutta Italia, che si manifestarono in maniera diversa da Stato a Stato.

Il Regno di Napoli restò reazionario; in Toscana aumentò il sentimento antiaustriaco; a Roma si tennero le elezioni per un’Assemblea Nazionale con a capo Mamiani, dove nacque il primo parlamento italiano a suffragio universale e dotato di pieni poteri (votarono in 250.000).

Mameli spediva a Mazzini un messaggio: “Roma! Repubblica! Venite!”

Mentre a Roma affluivano patrioti da tutta Italia, tra cui Mameli, Cernuschi e Garibaldi, nella notte del 24 novembre 1848 Pio IX fuggì a Gaeta, feudo di Ferdinando di Borbone.

Carlo Alberto, che voleva riprendere l’Alta Italia, riannettendo al Piemonte le province lombarde e venete rioccupate dall’Austria, ruppe la tregua l’8 marzo del 1849, ma il 23 marzo, il Maresciallo austriaco Radetzky, liquidò subito la partita vincendo la Battaglia della Bicocca a Novara.

Carlo Alberto abdicò in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II, il quale firmò un trattato di pace il giorno successivo che lasciava inalterata la situazione geopolitica.

Radetzky aveva anche fretta di firmare la pace sapendo che, dopo Custoza, in tutte le città di Lombardia e Veneto c’erano diversi comitati rivoluzionari che si muovevano in clandestinità.

Alcuni di essi facevano capo a Mazzini, esule a Lugano, ma la maggioranza prendeva ordini da Torino con cui, segretamente, aveva collegamenti.

Il Piemonte non voleva perdere il controllo dei moti insurrezionali, perché temeva potessero prendere una svolta democratica e repubblicana.

L’Austria stava restaurando il suo potere nella penisola e ad aprile del 1849 trovò resistenza solo a Livorno, ma i capi della rivolta furono fucilati.

Ora toccava a Roma.

Qui l’operazione era più complicata per la presenza di due uomini: Mazzini (arrivato il 5 marzo già deputato) e Garibaldi.

Mazzini voleva fare della rivoluzione romana l’esempio e la guida della rivoluzione italiana, contrapponendo, all’iniziativa monarchica del Piemonte, una soluzione democratica e repubblicana.

Dopo la disfatta di Novara, Mazzini era a capo del potere di Roma, lavorando diciotto ore al giorno, sostenendosi a sigari e caffè, e disponendo di un esercito di soli 10 mila uomini male armati.

Pio IX intanto lanciava appelli alle potenze cattoliche perché lo restaurassero al trono di Roma, ma non ricevette risposta.

Dal Sud era in marcia un reparto dell’esercito borbonico, la Spagna stava armando una spedizione navale ed il Maresciallo Radetzky aspettava solo di ultimare la rioccupazione del Lombardo-Veneto e della Toscana, per poi scagliare i suoi uomini su Roma.

Qui Luigi Napoleone Bonaparte, Presidente della Repubblica Francese, fece il doppio gioco.

Respinse l’invito di Vienna ad un intervento armato austro-francese, poi si impegnò col Nunzio Apostolico (rappresentante del Papa) avvisando gli austriaci che avrebbe occupato Roma per restaurarvi il Papa, però dicendo ai piemontesi che lo faceva per creare un contrappeso ad Austria ed Inghilterra, mentre al resto d’Europa disse che andava a Roma per fare da paciere tra il Papa e il governo rivoluzionario.

I francesi sbarcarono a Civitavecchia con una nave da guerra e le truppe di terra attaccarono Roma il 30 aprile 1849 con soli 6.000 uomini, convinti che “gl’italiani non si battono” come scrivevano i giornali francesi.

Garibaldi li mise in fuga due volte, ma i francesi ricevettero dei rinforzi ed ormai quattro eserciti stavano convergendo su Roma: i francesi sbarcati a Civitavecchia, gli spagnoli sbarcati a Gaeta, gli austriaci da nord ed i borbone da sud.

Mazzini cercò un accordo con i francesi proponendo un’occupazione pacifica della città, mentre Garibaldi era per combattere. Così guidò i suoi uomini all’assalto e per diversi giorni Roma fu assediata e sottoposta a bombardamento.

Tra i tanti caduti figuravano Dandolo, Masina, Daverio, Manara e Mameli.

Nella notte tra il 29 e il 30 giugno 1849 i francesi sferrarono l’attacco decisivo, che si concluse in un massacro.

L’Assemblea romana decise per la capitolazione e Mazzini sdegnato, rassegnò le dimissioni.

Garibaldi, alla testa di 4.000 uomini, lasciò Roma per continuare a combattere dirigendosi a Venezia.

Marciavano di notte per non essere scoperti, ma nella valle del Foglia (appennino romagnolo) gli austriaci riuscirono a imbottigliarli.

Il 31 luglio 1849 Garibaldi si presentò a San Marino; poi raggiunse Cesenatico ed infine riuscì a raggiungere la Maremma dove trovò un imbarco per Chiavari.

Qui Garibaldi venne preso in custodia dal generale La Marmora, commissario piemontese in Liguria, ma scelse di andare a Nizza per salutare la madre e poi si imbarcò per la Tunisia.

Intanto i francesi avevano occupato Roma, ma non ebbero il coraggio politico di trascinare in tribunale Mazzini, che decise di andare a Ginevra, non volendosi allontanare troppo dall’Italia, perché a Venezia era ancora in corso la rivoluzione.

Alla guida dei rivoluzionari veneziani c’era Manin, eletto dall’Assemblea, che aveva invano cercato l’aiuto di Francia e Inghilterra, perché l’Austria era stata categorica: la sorte di Venezia non era negoziabile, città ribelle dell’Impero, all’Impero doveva tornare.

Le forze armate veneziane erano composte da volontari arrivati da ogni parte d’Italia e contava in tutto 15.000 uomini.

Il 30 aprile 1849 il Maresciallo austriaco Radetzky, alla guida di 30.000 soldati, partì all’assalto di Marghera (oggi località del comune veneziano), e solo il 24 maggio riuscì a sferrare l’attacco decisivo, che fu terrificante.

Tre giorni dopo, il 27 maggio, gli austriaci entrarono a Marghera non trovando che rovine e cadaveri.

Venezia resisteva, ma il 18 agosto 1849, stremata dalla fame e dal colera, dovette arrendersi.

Manin e Tommaseo si imbarcarono su un piroscafo francese.

Venezia era allo stremo.

Radetzky vi fece solenne ingresso il 30 agosto 1849, festeggiato soltanto dal Patriarca, che celebrò un Te Deum per ringraziare chi aveva restituito la città al suo legittimo Sovrano.

Lo scrittore francese Blaze, che non simpatizzava per i rivoluzionari, scrisse: “Rattristato e silenzioso, il Popolo di Venezia assisteva allo spettacolo delle celebrazioni, e su quei volti smagriti dalle sofferenze di un lungo assedio, su quei tratti induriti e decomposti dalla febbre e dall’odio, si potevano leggere le stesse cose che avevano ispirato una violenta apostrofe scritta or non è molto sui muri di Pavia: “Vattene, tedesco, perché l’uomo cui questa terra appartiene, ti odia dal profondo dell’anima. Ti odia oggi, ti odierà domani e sempre. Tu ridi e io piango, ma bada che le mie lacrime, bagnandoti, non ti avvelenino”.

Si chiuse così il primo capitolo della lotta italiana per l’indipendenza.

Molti errori erano stati commessi e molti uomini si erano rivelati incapaci dei loro compiti.

Ma per la prima volta in Italia, il Popolo era sceso in campo per la causa Nazione, portandovi un soffio di autentica rivoluzione.

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