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15. Il Risorgimento (2)

by Stefano Quadri

In quel periodo Firenze era considerata la “Mecca” di tutti i perseguitati, perché il Granduca Leopoldo aveva come collaboratore una persona molto aperta:

il matematico ed ingegnere Fossombroni contrario alla repressione.

Questo faceva preoccupare il primo ministro austriaco Metternich, che invece chiedeva maggiori censura e controlli di polizia, ma Leopoldo era deciso a difendere la sua autonomia.

Gli intellettuali si radunavano presso il Gabinetto scientifico-letterario di Giampietro Viesseux, un ligure di origine svizzera, che aveva rilevato la rivista l’Antologia, per poter parlare al pubblico di “amor di patria, umanità e gloria”.

Attorno alla rivista l’Antologia Viesseux riuscì a riunire quanto c’era di meglio in Italia, come ad esempio: Leopardi, Capponi, Salvagnoli, Romagnosi, Guerrazzi, Niccolini, Mazzini, Lambruschini, Mayer, Giordani, Rosellini, Colletta, Tommaseo, Pepe, Mamiani, Ricasoli.

Giampietro Viesseux aveva capito che “l’Italia era un Paese di poveri analfabeti insensibili a qualunque sollecitazione ideologica finché non avesse avuto gli strumenti per capirla e reagirvi, cioè un minimo di cultura; su cui galleggiava una piccola élite di intellettuali in gran parte chiusi nei loro accademismi e incapaci di parlare alle masse”.

L’Antologia è stata per molti anni la rivista più influente e autorevole d’Italia, ma non superò mai le 750 copie sull’intera penisola: se ne vendevano 50 nel Lombardo-Veneto; 60 in Piemonte; 20 nelle Due Sicilie.

Il Popolo purtroppo non sapeva leggere, e questo è il motivo principale per cui il Risorgimento non riuscì a tradursi in rivoluzione popolare.

Nel 1827 nella sede dell’Antologia venne ricevuto persino Alessandro Manzoni, alla presenza del poeta Giacomo Leopardi.

La pubblicazione dei Promessi Sposi fu un grande evento nazionale, perché il romanzo rappresentava la nascita della lingua italiana “semplice, piana, discorsiva e che tutti potessero capire”.

Questo è uno dei motivi per i quali la lingua italiana nacque a Firenze, perché veniva già parlata da tutti: dal colto, l’incolto, il nobile, il borghese e l’artigiano.

Finalmente gli italiani avevano un libro scritto con una lingua che, per chi sapeva leggere, rappresentava il punto di fusione mai raggiunto prima, fra il linguaggio scritto e quello parlato.

Inoltre, per la prima volta, l’Eroe (Renzo) era un personaggio del Popolo.

Per questo motivo Alessandro Manzoni deve essere considerato come uno dei grandi “padri della patria”, oltre che uno dei maggiori artefici del Risorgimento.

Il 16 settembre 1827, non ancora cinquantenne, moriva in Inghilterra il poeta italiano Ugo Foscolo, sepolto nel piccolo cimitero di Chiswick, sulla cui tomba anche il Mazzini andò ad inginocchiarsi e rendere omaggio.

La Francia si stava riprendendo dalla disfatta di Waterloo, ma cresceva il malcontento popolare nei confronti di Luigi XVIII perché aveva restaurato il vecchio regime. Come se la Rivoluzione non fosse mai avvenuta.

Alla morte di Luigi XVIII gli succedette il fratello Carlo X, che proseguì la via della repressione poliziesca.

Il malcontento generale però cresceva e, a Parigi, il Popolo insorse, costruendo barricate ed obbligando Carlo X, nel luglio del 1830, ad abdicare.

Alla notizia delle barricate, lo scultore e pittore Michelangelo Buonarroti (esule a Parigi), proclamò: “Cadano i tiranni, s’infrangano le corone, e sulle ruine loro sorga la Repubblica italiana una e indivisibile dalle Alpi al mare”.

In Francia fu varata una Costituzione di carattere parlamentare e si attuò una politica estera in netta antitesi con quella adottata dalle potenze della Santa Alleanza, perché basata sul principio di non intervenire e non interferire nei problemi interni di altri Stati.

La politica estera francese sconfessava così quella del primo ministro austriaco Metternich, facendo della Francia la patria dei movimenti rivoluzionari europei.

Arriviamo al febbraio del 1831, quando a Modena, Parma e Bologna scoppiarono diverse insurrezioni, durante le quali iniziò a sventolare il tricolore.

Appena saputa la notizia, Michelangelo Buonarroti spronò gli italiani a sollevarsi in massa contro ”il truce Alemanno, che spietato tracanna il nostro sangue e si pasce delle nostre lacrime”, annunciando inoltre che una legione di volontari si stava radunando a Lione ed era pronta per sconfinare in Savoia.

Ma il 25 febbraio una colonna di soldati austriaci attraversò il fiume Po che il 25 marzo, a Rimini, sconfisse l’esercito rivoluzionario guidato dal generale Zucchi.

Il 26 maggio 1831 Vincenzo Borelli e il patriota Ciro Menotti furono giustiziati.

Un’ondata di repressioni si abbatté sull’Italia.

Il generale Zucchi fu catturato e portato nella fortezza austriaca di Gratz, ove rimase per 17 anni, fino al 1848.

Fra le vittime della repressione, che ora cominciavano a fuggire in esilio, c’era anche Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805.

Figlio di un medico e laureato in giurisprudenza, Mazzini iniziò dapprima a scrivere per l’Indicatore Genovese (soppresso in seguito dalla censura), poi per l’Antologia di Viesseux e per l’Indicatore Livornese di Guerrazzi.

Giuseppe Mazzini non si rassegnerà mai alla retorica e alla teatralità degli italiani: questo fu uno dei motivi che lo resero sempre straniero in patria.

Nel 1827 Mazzini aderì alla Carboneria, ma nel dicembre 1830 venne tradito, arrestato e rinchiuso nella fortezza di Savona.

In galera Mazzini giunse alla conclusione che la Carboneria era un cadavere da seppellire e che invece, per una Rivoluzione Nazionale, che conducesse ad una Repubblica Democratica, occorreva un movimento che partisse dal basso, dalla popolazione, perché occorreva una volontà cosciente e collettiva.

Nella mente di Mazzini nasceva l’idea della Giovane Italia.

Rilasciato per insufficienza di prove, Giuseppe Mazzini, il 10 febbraio 1831, andò in esilio a Marsiglia.

Qui Mazzini divenne consapevole che l’Italia non si poteva fare solo con quei patrioti elitari e senza il Popolo: occorreva ricominciare tutto dall’ inizio, cioè dalle coscienze.

Infatti il vero Risorgimento iniziò qui: dall’appello alle coscienze.

Tutto ciò che lo aveva preceduto non era altro che una cattiva imitazione di ideologie altrui, come disse Vincenzo Cuoco, il più grande storico dell’epoca.

Nei moti del 1821 e 1831 le masse erano state assenti, mentre la resistenza era rappresentata da una minoranza della popolazione, quasi tutta di estrazione borghese.

Mazzini aveva capito che occorreva una partecipazione popolare basata su un programma chiaro e definito, l’organizzazione sarebbe stata un vero e proprio partito, anche se clandestino, dal nome di Giovine Italia, perché occorreva raccontare agli italiani per quale Italia libera erano chiamati a insorgere e combattere.

Mazzini diceva: “Oggi ci vuole l’appoggio del Popolo e questo appoggio si può sollecitarlo solo con idee semplici e chiare. In un’Europa di Nazioni, l’Italia potrà contare solo se anch’essa lo diventa raccogliendosi in uno Stato sovrano e indipendente”.

Ma il limite di Mazzini era la scarsa conoscenza del Popolo ed ignorava che le masse non avevano gli strumenti per capire il suo appello, a cominciare dall’alfabetizzazione.

Di conseguenza l’appello di Mazzini non poteva che esercitare scarsa attrattiva sul Popolo italiano, afflitto dalla miseria ed analfabeta al 95%.

Nonostante ciò, Mazzini nel 1833 aveva tra i 50.000 e 60.000 affiliati in Italia.

Conseguentemente i servizi di spionaggio dell’epoca spostarono la loro attenzione dalla Carboneria alla Giovine Italia.

Ci fu un’ondata di arresti e fucilazioni in diverse parti della penisola italiana, obbligando Mazzini a pensare che occorreva accendere una scintilla per accendere anche gli italiani e dare inizio alla rivolta popolare.

Un primo tentativo fu attuato a Savoia nel 1834, ma fu un fallimento.

Tra gli affiliati della Giovine Italia c’era anche un marinaio di Nizza (all’epoca territorio piemontese) di nome Giuseppe Garibaldi.

Nel 1834 Garibaldi era ricercato e su di lui pendeva una condanna a morte, così accettò un posto di “secondo” in un brigantino diretto a Rio de Janeiro e lasciò l’Italia.

Insieme a Mazzini vi erano anche dei moderati quali Silvio Pellico (Le mie prigioni); Vincenzo Gioberti (Il Primato) e Cesare Balbo (Le speranze d’Italia).

Costoro sapevano bene che nel Popolo italiano, pur essendoci parecchio malcontento, mancava il potenziale rivoluzionario e che l’ideale di Patria era sentito solo da una piccola parte della borghesia, che a sua volta era una piccola parte della popolazione.

Partendo da questa piccola parte della borghesia, i rivoluzionari della Giovine Italia iniziarono ad attrarre il ceto medio italiano, rassicurandolo invece di spaventarlo, facendo appello al compromesso più che alla lotta di piazza.

Tuttavia Mazzini sapeva bene che, per quanto numerosa fosse questa parte di borghesia, per fare l’Italia occorreva la partecipazione del Popolo, altrimenti alla Nazione sarebbe mancata la sua parte vitale, il Popolo.

Mazzini sapeva che la partecipazione del Popolo alla rivoluzione era indispensabile, perché dava contenuto popolare al Risorgimento, che, senza il Popolo, sarebbe diventato una sterile operazione di diplomazia.

Mazzini diceva che se il Popolo non partecipava alla trasformazione dell’Italia come Nazione, allora ne sarebbe rimasto estraneo ed un giorno il Popolo sarebbe diventato nemico della sua stessa Nazione.

Giuseppe Mazzini fu esule in Svizzera fino al 1837.

Successivamente andò in Inghilterra dove divenne un eroe nazionale.

Per gli operai italiani, che gli avevano chiesto una scuola ed un giornale, era diventato un Idolo.

Grazie a ciò il suo prestigio in Italia crebbe ancora, e quindi ricominciò la sua attività con la Giovine Italia.

Mazzini, durante la sua permanenza a Londra, stando in mezzo ai lavoratori, aveva capito che per smuovere le masse occorreva dare all’organizzazione un contenuto popolare: “Nel primo periodo della nostra vita abbiamo lavorato per il Popolo, non con il Popolo. Bisogna farlo ora

Nel frattempo in Italia scoppiavano diversi focolai insurrezionali, nel Napoletano, in Toscana e persino nei territori pontifici, ma la polizia era sempre ben informata.

Nel 1844 una ventina di uomini, al comando dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e di Domenico Moro, sbarcarono a Crotone per dare il via ad una rivolta popolare.

De Nobili, una spia del potere, segnalò il loro arrivo alle autorità e, senza che nessuno intervenne in loro difesa, furono catturati, processati presso il tribunale militare di Cosenza e condannati a morte per direttissima.

I fratelli Bandiera, Moro e altri sei patrioti caddero furono fucilati, gli altri furono condannati all’ergastolo.

Questo episodio scosse profondamente il tessuto sociale ed i moderati cominciarono a sostenere che i metodi insurrezionali di Mazzini portavano solo alla perdita di vite umane.

In realtà Giuseppe Mazzini con c’entrava nulla, anzi aveva cercato fino alla fine di trattenere i fratelli Bandiera.

Ne nacque una polemica e Mazzini disse che “i moderati sono pronti ad afferrare qualsiasi illusione pur di astenersi dal fare”.

Mazzini restava fedele al suo pensiero che per costruire l’Italia occorrevano sacrificio, sudore ed il sangue dei suoi figli, e che occorresse una rivoluzione popolare, non la diplomazia o l’iniziativa di qualche aristocratico.

Tuttavia si sentiva incompreso; giovani e vecchi amici si allontanarono da lui e, pur sposando la sua visione dell’Italia non eseguivano più i suoi ordini.

Come accade spesso, alla delusione politica, si aggiunse la delusione umana, spesso schiacciata dal rimorso, perché anche se Mazzini non aveva colpa per le vite spezzate, ne sentiva comunque il peso.

Aveva anche accolto a braccia aperte tanta gente, per poi scoprire che spesso erano spie austriache o pontificie.

Dei soldi che gli passavano per mandare avanti scuola e giornale degli operai, gli restava solo il minimo indispensabile per comprarsi un tozzo di pane, un pezzo di formaggio ed un bicchiere di birra.

Mazzini scriveva: “Unico mio conforto è quello di trovarmi la sera nella mia camera, presso al mio fuoco con un sigaro, in pantofole e solo”.

Ma non si coricava. Prendeva la penna e fino all’alba scriveva.

Giuseppe Lamberti, patriota italiano di Reggio nell’Emilia, conservava tutte le lettere di Mazzini in un protocollo, per poter dimostrare “la costanza, gli sforzi, i sacrifici di Giuseppe Mazzini, per far libera, una, indipendente l’Italia”.

Il fallito tentativo dei fratelli Bandiera, conclusosi con fucilazioni ed ergastoli, pose fine ai metodi insurrezionali ed alle società segrete che li portavano avanti, così, buona parte degli aderenti passarono con i moderati, convinti del fatto che potessero agire alla luce del sole.

In realtà il moderatismo era la rinuncia ad iniziative di rivoluzione popolare, che nella popolazione si era dimostrata quasi inesistente.

Ora, se non si poteva contare sul Popolo, a chi affidare il compito di fare l’Italia?

Vincenzo Gioberti indicò il Papa, Cesare Balbo la diplomazia europea.

Il programma più concreto venne formulato da uno dei nobili piemontesi più in vista, oltre che cugino di Balbo, ovvero Massimo D’Azeglio.

Massimo D’Azeglio aveva girato l’Italia per 25 anni, soggiornando specialmente a Roma e Milano, dove aveva sposato Giulia Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni.

L’idea di Massimo D’Azeglio era di rinunciare al metodo insurrezionale per stringere tutte le forze patriottiche intorno all’unico Principe che poteva condurle alla vittoria: Re Carlo Alberto, sovrano del Piemonte.

D’Azeglio ne parlò al Re e questi rispose che “…presentandosi l’occasione, la mia vita, la vita de’ miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito: tutto sarà speso per la causa italiana”.

Massimo D’Azeglio scrisse così il libro “Degli ultimi casi di Romagna” che, dopo il Primato e le Speranze, fu la terza grande opera del pensiero rivoluzionario moderato ed anche la più efficace.

Nella sua opera D’Azeglio accusava sia il governo pontificio, denunciandone tutta la corruzione e l’inefficienza, sia l’attività delle sette rivoluzionarie, di cui dimostrava non solo l’inutilità, ma anche la dannosità.

Naturalmente la Chiesa reagì con violenza all’opera di D’Azeglio, mentre Giuseppe Mazzini, che con gli altri scrittori moderati era stato spietato, riconobbe che l’opera di D’Azeglio descriveva in maniera chiara il problema nazionale e ne lodò l’efficacia.

Il moderatismo di D’Azeglio piaceva anche a Carlo Alberto, non solo perché distoglieva l’attenzione su Mazzini e sulla rivoluzione, ma anche perché era un prodotto piemontese ed ora tutte le forze liberali italiane guardavano a Torino e non più a Firenze.

Re Carlo Alberto del Piemonte, appoggiando le forze liberali, irrigidiva i suoi rapporti con l’Austria e nello stesso tempo cercava di mantenere buoni rapporti con la Chiesa, che, nel Conclave del 1846, eleggeva Papa il Cardinale Mastai-Ferretti che assunse il nome di Pio IX.

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