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14. Il Risorgimento (1)

by Stefano Quadri

Nel giugno del 1812 Napoleone dichiarò guerra alla Russia dello Zar.

Ebbe così inizio una lunghissima marcia nel cuore della Russia con una armata di 800.000 uomini, sotto il comando del cognato Gioacchino Murat.

Fra questi 800.000 uomini vi erano 30.000 lombardi e 8.000 napoletani.

Alla Russia si unirono Inghilterra, Austria e Prussia, la cosiddetta “Santa Alleanza”.

Napoleone fu sconfitto dai russi e quindi esiliato all’Isola d’Elba, mentre i vincitori restaurarono la corona borbonica a Parigi con Luigi XVIII.

Dopo 3 anni, nel febbraio del 1815, Napoleone rientrò segretamente in Francia, ricompose un esercito di 130.000 uomini ed attaccò di nuovo la Russia, ma fu sconfitto definitivamente dalla “Santa Alleanza” nella famosa disfatta di Waterloo.

Napoleone questa volta venne esiliato nell’Isola di Sant’Elena, a 2.000 Km dalla costa africana, dove vi morì 6 anni dopo.

Alla “Santa Alleanza” (Russia, Inghilterra, Austria e Prussia) interessava solo due cose:

  • ripristinare in Europa il principio di legittimità dinastica che la Rivoluzione Francese aveva violato e negato;
  • impedire che il vuoto lasciato da Napoleone fosse riempito da qualche altra Potenza.

Metternich, oltre che essere il primo ministro austriaco, era anche arbitro del nostro paese, e considerava l’Italia ”un’espressione geografica” che doveva restare sotto la corona degli Asburgo.

Inoltre Metternich, essendo un conservatore del vecchio regime pre-illuminista, credeva solo in due classi sociali: i nobili e i contadini, nutrendo una profonda antipatia verso le borghesie cittadine.

Con il Congresso di Vienna del 1815, meglio conosciuto come Restaurazione, che fu un capolavoro diplomatico di Metternich, l’Italia veniva così sistemata:

  • il Piemonte con l’aggiunta della Repubblica di Genova e di Nizza, venne restituito ai Savoia;
  • Lombardia e Veneto, unite come Regno Lombardo-Veneto, furono sottoposte direttamente al potere della Cancelleria austriaca;
  • il Granducato di Toscana fu restituito al nipote dell’Imperatore d’Austria;
  • lo Stato Pontificio fu restituito a papa Pio VII (ex prigioniero di Napoleone);
  • il Regno delle Due Sicilie venne restituito a Ferdinando di Borbone.

Dalle Alpi a Roma il viaggio di papa Pio VII fu una marcia trionfale.

Alle porte di Roma, i nobili lo portarono a braccia fino a San Pietro, aprendosi a fatica un varco tra il mare di folla osannante.

Era il 24 maggio 1814.

I cosiddetti Cardinali Neri cancellarono quanto di buono avevano fatto i francesi (leggi semplici e chiare), reintroducendo la giungla di norme contraddittorie e le classi privilegiate che lasciavano il cittadino all’oscuro dei propri diritti.

Lo stesso Massimo D’Azeglio, che in quel momento si trovava a Roma, scrisse: “Tutto fu rimesso com’era temporibus illis…”

Tutto ciò fu uno sciocco ritorno al passato, perché anche in Italia cominciavano ad esserci parecchie persone che non accettavano più un’Italia disgregata e relegata a giocattolo dell’Europa.

Nel quasi ventennale dominio francese sulla nostra penisola, Napoleone non nascose mai di voler fare dell’Italia un’economia complementare a quella della Francia, una sua appendice agricola e coloniale.

Tutti gli Stati dovevano esportare i loro prodotti solo in Francia ed importare i manufatti solo dalla Francia.

L’ambasciatore francese a Napoli diceva che “l’Italia deve restare un Paese agricolo, esclusivamente agricolo”.

Napoleone, in Italia, anche per motivi strategici, aveva fatto costruire moltissime strade, che portarono ad una emigrazione interna di massa.

Impose a tutti gli Stati Italiani le stesse norme legislative ed amministrative che ebbero un effetto unificatore, anche se l’Italia ancora non esisteva come nazione.

Inoltre introdusse la leva obbligatoria e questo fu un passaggio importante.

Fin dal 1300 i vari Stati e Principati della penisola italiana avevano appaltato la propria difesa a milizie mercenarie straniere, e, come giustamente diceva Nicolò Macchiavelli, l’Italia si era ridotta a una galassia coloniale di Stati satelliti alla mercé di qualsiasi invasore.

Madame de Stael (scrittrice francese) scriveva: “Gl’Italiani non hanno virtù militari perché non hanno patria. Hanno mancanza delle idee di onore e di dignità su cui si reggono non soltanto gli eserciti, ma anche i popoli”.

Ugo Foscolo le dette ragione rincarando la dose: “se non sapete combattere, siate servi e tacete”.

La leva obbligatoria in Italia fu considerata un’angheria e infatti provocò parecchi casi di diserzione.

In ogni caso nel 1813 l’esercito italiano arrivò a circa 90.000 uomini, ben addestrati e comandati da ufficiali usciti dalle scuole militari di Modena e Lodi.

Molti soldati italiani morirono nelle campagne Napoleoniche, ed i reduci, messi in congedo per castigo dai regimi della Restaurazione, alimentarono i primi focolai di insurrezione accesi dalla Carboneria e dalla “Giovane Italia”.

Erano troppo pochi per trasformare l’Italia in una nazione guerriera, ma abbastanza per farle capire che era debole, e che per questo era divisa e schiava.

Fu da questi reduci di guerra che gli italiani disposti ad imparare qualcosa compresero che il servizio militare non è che una delle tante espressioni dell’impegno civile, ovvero che un cittadino è tenuto anche a fare il soldato, e anche a morire, quando la Patria lo richiede.

Anche i giovani intellettuali dell’epoca si accorsero che solo un’Italia Nazione avrebbe potuto ritrovare il suo posto ed il suo rango, tornare ad essere il faro dell’Europa come lo era stata per secoli, e non fanalino di coda delle nazioni europee.

Questa coscienza si era risvegliata solo in una piccola minoranza, la quale, purtroppo, non seppe parlare al Popolo, perché non ne conosceva il linguaggio, non ne aveva l’abitudine e nemmeno l’umiltà necessaria per farlo.

Chi cercò di parlare la Popolo andò spesso incontro a delusioni, come accadde nel 1821, nel 1831 e nel 1848.

Alcuni provarono ad insorgere lanciando appelli al Popolo, che però non si mosse o addirittura consegnò i rivoltosi ai gendarmi.

Ed era anche comprensibile, perché quasi nessuno aveva parlato al Popolo prima d’ora.

Questi concetti erano oggetto di discussioni spesso solo tra “iniziati”, anche quando si parlava di democrazia.

Una tendenza che, in maniera minore, esiste ancora oggi.

Quasi nessuno seppe o volle rivolgersi alle masse, al gregge, come veniva considerato dalla Chiesa.

Così il Risorgimento si autocondannò a restare un appannaggio dell’élite e, non riuscendo ad entrare nel contesto popolare, cedette l’iniziativa alla monarchia sabauda.

Sembra che la prima organizzazione segreta ad attecchire in Italia sia stata quella dei Raggi, definita tale perché si diffondeva a raggiera dalla casa-madre centrale di Bologna.

I Raggi erano nati nel periodo della Repubblica Cisalpina (tra il 1796 e il 1804) ed in ogni capoluogo c’era una succursale formata da 5 “patrioti” guidati da un “capo-colonna”.

I Raggi erano in stretti rapporti con i giacobini di Parigi e volevano la liberazione dell’Italia tramite iniziativa popolare, ovvero attraverso un moto rivoluzionario che partisse dal basso.

I Raggi non ressero alla repressione poliziesca, ma da loro nacquero diverse realtà rivoluzionarie che fecero adepti soprattutto nei ceti medi, dato che, dopo la Restaurazione, molti “notabili” borghesi che avevano collaborato con Napoleone finirono sul lastrico.

Una delle prime realtà rivoluzionarie fu la Carboneria, fondata dal commissario politico francese Briot, venuto a Napoli nel 1806 come prefetto.

Briot nel 1799 in veste di deputato giacobino, fece un violento discorso a Parigi in favore dell’unità italiana e contro la politica del Direttorio francese, che voleva sottomettere la frammentata Italia.

Gli adepti della Carboneria si chiamavano Buoni Cugini e la gerarchia interna si esprimeva in apprendista, maestro e gran maestro.

Anche Mazzini ne fece parte, arrivando al grado di maestro, fondando poi la sua “Giovane Italia”.

La Carboneria fu l’unico strumento di milizia rivoluzionaria, tutti i patrioti vi passarono e molti di loro divennero autentici martiri.

In seguito, figli e nipoti dei Carbonari furono quei “notabili” che governarono l’Italia fino alla Prima Guerra Mondiale e che, insieme a innegabile integrità, ebbero il vizio di considerare il Popolo una “clientela di Apprendisti esclusi dai sacri travagli”.

Questo lo vediamo ancora oggi: chi governa non lo fa da “delegato” del Popolo, ma da “pastore” del gregge.

Questo fu il vero aspetto negativo della Carboneria, che più tardi indusse Mazzini a divorziarne ed a combatterla.

Mazzini aveva come esempio l’uomo che fu il grande ispiratore della Carboneria: Filippo Buonarroti.

Il 2 luglio 1820 a Napoli scoppiarono i primi moti carbonari, imitati all’inizio del 1821 dai patrioti milanesi.

Quattro studenti che portavano berretti rossi con fiocco nero (i colori della Carboneria) vennero arrestati. Ne seguirono tafferugli tra simpatizzanti e la polizia, con numerosi feriti.

Vi parteciparono personaggi come Santorre di Santarosa, Collegno, Roberto D’Azeglio, San Marzano e Lisio.

Il movimento si era propagato anche in Piemonte e Liguria, ma i Savoia fecero appello ad Austria e Russia per sedare i rivoltosi, che durante i tafferugli si videro piombare addosso la cavalleria austriaca.

Il 9 aprile 1821 i promotori della rivolta tentarono la fuga verso la Svizzera e la Francia.

Un decreto proclamò che appartenere alla Carboneria costituiva reato di alto tradimento e punibile con la pena di morte.

Fu così che un tribunale speciale pronunciò 70 condanne a morte, di cui solo due furono eseguite, perché i restanti erano fuggiti o già chiusi in prigione.

Tra gli arrestati c’erano Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, il più grande giurista del tempo Domenico Romagnosi, Canova e Arrivabene, condannati a scontare il carcere a vita nella fortezza dello Spielberg, attuale Repubblica Ceca.

Venne arrestato anche il Conte Federico Confalonieri, protagonista principale dei rapporti tra patrioti lombardi e piemontesi.

Il Conte Federico Confalonieri, in preda al terrore, fece i nomi del fior fiore della nobiltà e della borghesia lombarda all’Inquisitore Antonio Salvotti.

Di fronte alle dimensioni del fenomeno, l’Inquisitore Salvotti propose ed ottenne dall’Imperatore Austriaco di restringere l’accusa solo ai maggiori indiziati e di liberare gli altri con atto di clemenza.

Lo Spielberg era una vecchia e buia fortezza posizionata su un’altura che domina Brno (oggi la seconda città della Repubblica Ceca dopo Praga) e di cui ci hanno dato precisa descrizione Pietro Maroncelli e Silvio Pellico.

Non tutti riuscirono a sopravvivere alla fame e al freddo, infatti dopo soli 3 anni alcuni detenuti morirono, fra cui Oroboni e Villa.

Nel 1827 i detenuti Solera e Ducco vennero graziati, mentre Silvio Pellico e Pietro Maroncelli furono liberati dopo 9 anni, quando ormai erano ridotti a rottami.

L’ultimo a lasciare lo Spielberg fu il Conte Federico Confalonieri, ma la moglie Teresa era già morta.

Pietro Maroncelli disse che la Carboneria romagnola preferiva un governo austriaco a quello papalino, per il “comandare assoluto, cieco e variabile a capriccio di parroci e monsignori, che, avidi e incompetenti, si comportavano come feudatari del più buio Medio Evo”.

In Romagna il regime papalino impose la chiusura anticipata delle taverne, proibì qualsiasi gioco di carte e vietò la circolazione dopo il tramonto.

Venne allestito un colossale processo contro oltre 500 indiziati tra cui, come dice Farini “30 nobili, 156 possidenti o commercianti, 2 preti, 64 impiegati, 38 militari, 62 tra medici, avvocati, ingegneri, uomini di lettere e artigiani”.

Seguirono 7 condanne a morte; 54 ai lavori forzati fino a 20 anni; 6 ergastoli; 230 con obbligo di confessione ed esercizi spirituali.

Questo era il regime papalino dove la repressione era la regola.

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