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13. Napoleone

by Stefano Quadri

Prima della comparsa di Napoleone la geopolitica degli Stati italiani era la seguente:

  • I Savoia regnavano su Piemonte e Sardegna;
  • La Lombardia era una provincia austriaca;
  • Il Veneto faceva Repubblica con Venezia;
  • Lo Stato pontificio inglobava Romagna, Marche, Umbria e Lazio;
  • La Toscana era ancora un Granducato (ma Lucca era una Repubblica indipendente);
  • Dall’Abruzzo in giù c’era il Regno delle Due Sicilie (o Reame)

Lo Stato-guida di questo panorama frammentato era l’Austria, direttamente padrona della Lombardia.

La rivoluzione francese partiva dalla borghesia, mentre in Italia la borghesia non era numerosa ed aveva poco peso, perché quella precedente si era quasi dissolta sotto i regimi spagnoli e controriformisti, che avevano restaurato un tipo di società feudale.

Per questo motivo in Italia, solo una minoranza di intellettuali sperava in un’invasione francese che potesse riformare tutto il sistema italiano.

L’anno successivo, nel 1797, Austria e Francia firmarono un accordo: lo Stato Veneto cessava di esistere diventando una provincia austriaca, mentre la Lombardia divenne francese prendendo il nome di Cisalpina.

Sembra che quando le truppe austriache entrarono a Venezia, il dolore spezzò il cuore al vecchio e ultimo doge Manin che, si dice, cadde a terra fulminato.

Il 17 ottobre del 1797, con un tratto di penna, vennero cancellati 14 secoli di Storia e di Gloria veneziana.

Il Direttorio francese mise alle calcagna di Napoleone Bonaparte un Commissario, ovvero un agente di fiducia del governo rivoluzionario, anche lui còrso, di nome Cristoforo Saliceti.

Napoleone vedeva l’Italia come un campo di battaglia, mentre Saliceti vedeva l’Italia come un Popolo da liberare.

All’epoca in Francia vi erano diversi rivoluzionari italiani in esilio, scampati alla polizia piemontese e napoletana: solo a Nizza ce n’erano alcune centinaia.

Qui avevano fondato un giornale, dal nome Il Monitore Italiano, ed il commissario francese Saliceti aveva avuto molti contatti con gli esuli italiani.

Mentre Saliceti voleva liberare l’Italia, sia Napoleone che Parigi la consideravano una preda e ne volevano saccheggiarne i beni artistici.

Napoleone iniziò a fare razzia di quanto c’era di meglio in chiese, musei, pinacoteche e persino nelle abitazioni private.

Ad esempio, Modena e Parma dovettero versare 20 capolavori ciascuno.

I convogli che trasportavano i nostri tesori in Francia si allungarono sempre di più, al punto che persino Napoleone si mise contro il Direttorio di Parigi per mettere fine a questa ruberia.

In una delle sue prime relazioni dall’Italia, Napoleone Bonaparte scriveva così al Direttorio francese: Il Popolo è fiacco. Da quando siamo entrati in Italia, non c’è stato alcun movimento in favore della libertà.

Napoleone occupò Bologna, Ferrara ed Ancona, strappandole allo Stato Pontificio, imponendo che gli fossero versati venti milioni d’indennità, cento opere d’arte e cinquecento manoscritti.

Ora Napoleone Bonaparte controllava tutta la Padania.

Nel 1796 Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara si unirono in una sola Repubblica con il nome di Cispadana, arruolando 3.000 uomini in una Legione Italiana.

Questo fu il primo episodio a rappresentare la volontà di unirsi in un’unica Italia,e, anche se di modeste proporzioni, aveva un grande significato.

Dopo due mesi la Legione Italiana si unì ai lombardi della Cisalpina: Milano era diventata rifugio degli esuli che provenivano dalle altre parti d’Italia.

Venne fondato il Giornale dei Patrioti e il Termometro Politico.

Le tirature erano poche, dato l’alto numero di analfabeti cresciuti in una società murata da secoli di indifferenza.

Tuttavia, per la prima volta, finalmente, degli italiani provenienti da diverse regioni della penisola parlavano fra loro di problemi, soluzioni e politica.

Nel 1796 a Milano, divenuto laboratorio d’idee e programmi, si costituì un gruppo radicale alla testa della municipalità cittadina, che prese il nome di Amministrazione Generale della Lombardia.

L’amministrazione reclutò un proprio esercito di 3.500 uomini con il nome di Legione Lombarda e gli venne assegnato la bandiera verde, bianca e rossa: era nato il tricolore.

A Modena Cisalpina e Cispadana, alle quali si erano unite anche Massa Carrara ed Imola, si trasformarono in una costituente con l’obiettivo di fondere la Lombardia e l’Emilia in un unico Stato, seppur sotto il controllo francese.

Il Direttorio francese, da Parigi, raccomandava Napoleone di “non dare corda al patriottismo italiano”, perché non voleva esasperare il Papa.

Napoleone fece di testa sua, proclamò ufficialmente la Repubblica Cisalpina, che comprendeva la Lombardia e tutta la Cispadania, imponendo tuttavia una costituzione quasi identica a quella francese ed accentrando il potere nelle mani del Direttorio.

Poi i rapporti tra i patrioti italiani e Napoleone iniziarono ad incrinarsi, per due motivi fondamentali.

Primo perché Napoleone, nel tentativo di annettere il Piemonte alla Cisalpina, si schierò con il sovrano piemontese Carlo Emanuele.

Il secondo, che fu un colpo durissimo, lo inferse il trattato di Campoformio del 1797, che di fatto consegnava il Veneto all’Austria, quando invece i patrioti veneti avevano già stabilito rapporti con quelli milanesi per preparare la fusione fra i due stati.

La reazione fu durissima, l’idillio amoroso fra i patrioti italiani e la Francia era finito.

Nel frattempo Napoleone aveva annesso anche Genova ma senza unirla alla Cisalpina.

Il 17 novembre 1797 Bonaparte partì per colpire la basi inglesi in Africa, lasciando le consegne al suo Capo di Stato Maggiore Berthier, raccomandandogli di “sorvegliare il Papa e di tenere a guinzaglio Napoli”, di modo che la situazione italiana restasse com’era.

Tuttavia Berthier non aveva né l’autorità, né il prestigio di sfidare gli uomini del Direttorio parigino, che invece vedevano l’Italia come una terra di conquista.

Il Direttorio ordinò al Capo di Stato Maggiore Berthier di occupare lo Stato Pontificio senza usare violenza all’ottantenne Papa Pio VI, che però doveva andarsene da Roma entro 3 giorni.

Nel Febbraio del 1798 Berthier scriveva a Napoleone: “In questa città (Roma) non ho trovato che costernazione. Nessuna traccia di spirito libertario. Non un patriota è venuto a visitarmi”.

Infatti non fu facile trovare persone per poter eleggere un governo provvisorio formato da 7 consoli, con il compito di elaborare una costituzione su modello francese.

Durante questo tentativo di transizione del potere, il Vaticano fu svuotato persino dei suoi mobili.

La ruberia di arte e tesori fu tale, che persino gli stessi ufficiali francesi ne furono disgustati, lanciando un appello ai romani perché reagissero insorgendo al grido di “Viva il Papa!”.

Ora, i francesi a Roma rappresentavano una minaccia anche per Napoli.

Di conseguenza Re Ferdinando, nel novembre del 1798, annunciò un proclama nel quale si considerava amico dei francesi e tale voleva restare, tuttavia riteneva che si dovesse restituire Roma “al suo legittimo sovrano”.

Vincenzo Cuoco, il più grande storico dell’epoca, scrisse che una dichiarazione del genere non si era mai vista nella storia della diplomazia.

Il risultato fu che due mesi dopo, nel gennaio del 1799, i Francesi occuparono Napoli e naturalmente saccheggiarono pesantemente il Palazzo del Re.

Nel frattempo Re Ferdinando si era imbarcato per Palermo con la Regina, sulla nave ammiraglia.

Re e Regina, in 40 anni di regno, non avevano mai messo piede in Sicilia, quindi per loro era una terra quasi sconosciuta.

La Sicilia dell’epoca era rimasta completamente estranea al rinnovamento di idee ed al riformismo economico ed illuminista.

In compenso la Sicilia era la “terra dei nobili”, con i suoi 142 principi, 788 marchesi e 1.500 fra duchi e baroni, questo perché il fisco, non riuscendo ad imporre una tassa ai ricchi, gli vendeva titoli aristocratici.

Un marchese aveva coniato per se il titolo di ”Primo Signore per grazia di Dio nell’una e nell’altra Sicilia, primo Conte d’Italia e Principe del Sacro Romano Impero”.

In Sicilia ogni barone, nei suoi territori, si comportava da sovrano assoluto.

I magistrati siciliani avevano giurato fedeltà al Re, tuttavia era un Re che se ne stava a Madrid o a Napoli, quindi l’abuso di potere dei baroni spesso aveva la meglio.

Chi voleva sottrarsi alla sottomissione feudale del barone di turno per mettersi sotto la protezione dello Stato, commetteva tradimento perché faceva combutta con uno straniero (il Re) contro un siciliano (il barone).

Ecco che gli oppressi facevano combutta con gli oppressori in nome delle minacciate libertà siciliane, che in pratica erano le libertà del barone di tenere il contadino in schiavitù.

In Sicilia, come in tutte le realtà feudali, c’erano solo due categorie: il padrone e il servo.

Dato che il proprietario terriero viveva in città e spesso non conosceva nulla di agricoltura, e alle volte non sapeva nemmeno dove fossero le sue terre, nacque una nuova categoria sociale, ovvero il rappresentante in loco del padrone assenteista, il gabellotto.

Solitamente si trattava di un ex-contadino che aveva dato prova di diligenza ed efficienza: un duro che spesso esercitava soprusi sistematici.

Torniamo a Napoleone.

Dopo avere temporaneamente perso il controllo delle repubbliche italiane ad opera dell’esercito austriaco per 13 mesi, Napoleone ritornò a Parigi dove fu accolto come un vincitore.

Qui si mise a capo del Consolato (istituito al posto del Direttorio) con la veste di Primo Console e riconquistò gli stati italiani costringendo l’Austria a firmare la pace di Lunéville, nel 1801.

Ora il Piemonte era diventato necessario alla Francia.

Alla Cisalpina vennero aggiunte Novara e Verona fino all’Adige, che all’epoca rappresentava la frontiera fra la Lombardia francese ed il Veneto austriaco.

Napoleone Bonaparte fu eletto per acclamazione “Presidente della Repubblica Cisalpina”, e dopo l’investitura ordinò al segretario di dare lettura della “Costituzione della Repubblica Italiana”.

Questo episodio ebbe un grandissimo significato per tutti i patrioti italiani, che ora speravano di allargare la Repubblica a tutti i territori della penisola.

Nel Marzo del 1801 Napoleone lasciò il Reame di Napoli ai Borbone e firmò un Concordato con Papa Pio VII.

Il 18 maggio del 1804 un plebiscito proclamò Napoleone Bonaparte Imperatore e nell’aprile del 1805 divenne Re d’Italia.

A Vienna si diceva che Napoleone si fosse proclamato non “Re d’Italia”, ma “Re di tutta l’Italia”.

In realtà non era vero, ma tutti ci credettero e ciò fu la spinta decisiva verso altre annessioni.

Napoleone nominò Eugenio, figlio di Giuseppina (sua prima moglie), come Viceré.

Il 19 Gennaio del 1806, venne annesso il Veneto ed il 15 febbraio anche il Regno di Napoli, affidato a suo cognato Gioacchino Murat.

Il Granducato di Toscana venne annesso all’Impero francese nel 1808 e nel maggio del 1809 stessa sorte toccò allo Stato della Chiesa.

Roma divenne città imperiale: a Castel Sant’Angelo la bandiera pontificia venne sostituita dal tricolore francese.

Ora l’Italia era nelle mani di Napoleone, dalle Alpi fino allo stretto di Messina.

La reazione fu una bolla di scomunica emessa dal Papa Pio VII, che, per questo, venne arrestato ed esiliato prima a Savona e nel 1812 a Parigi.

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