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11. L’Italia dopo Utrecht

by Stefano Quadri

Scriveva il fiorentino Fabbroni: “La popolazione di Torino ascende a 75.000 persone, delle quali 4.000 sono oziose, 2.000 sono oziose, 8.000 sono oziose, per lo meno 7.000 sono oziose, circa 1.000 sono oziose. Alludo ai soldati, ai preti, ai nobili, ai servi di lusso e ai mendichi”.

Il trattato di Utrecht del 1713 diede Milano all’Austria, un territorio che, durante la prima metà del Settecento, fu coinvolto diverse volte sul piano militare.

La realtà milanese era una società in movimento, solidamente agganciata alla realtà e alle sue esigenze, e non disdegnava affatto l’economia politica, la finanza, l’amministrazione e l’agricoltura.

Venezia, a causa dello spostamento degli interessi commerciali dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, era in lento declino politico, economico e sociale.

La Toscana, da quando l’industria e le banche fiorentine erano state annientate dalla concorrenza delle nazioni protestanti, era un Paese quasi esclusivamente agricolo e con un’economia depressa, le casse dello Stato vuote, un disavanzo ed un debito pubblico sempre più gravi.

Nemmeno la ricca Toscana era sfuggita al processo di degrado provocato dalla Controriforma e dal dominio clerico-spagnolo sulla penisola italiana.

Per quanto riguarda lo Stato Pontificio, scriveva De Brosses da Roma nel 1740:

“La forma di governo è quanto di peggio si possa immaginare: il contrario di quello che Niccolò Machiavelli e Tommaso Moro avevano immaginato nelle loro utopie.

Figuratevi cosa può essere una popolazione composta per un terzo di sacerdoti, per un terzo di persone che lavorano poco e per un terzo di persone che non lavorano affatto.

Un paese privo d’agricoltura, commercio e industria e dove il reddito nazionale consiste nei contributi dei paesi stranieri in progressiva diminuzione”.

Tutto era in mano alla pletorica burocrazia; ad uffici si aggiungevano altri uffici per sistemare qualche amico.

Roma era molto ricca di chiese, ma povera di scuole; ricca di palazzi fra i più belli del mondo, circondati da una “ragnatela di miserabili tuguri”.

Benedetto XIV definì quello pontificio un regime “dove il Papa comanda, i Cardinali disubbidiscono, e il Popolo fa quel che gli pare”.

Tutto è bonario, perché tutto è basato sul “compromesso, sulle raccomandazioni, sulle bustarelle e sulle indulgenze”.

Il Papa, cumulando le qualifiche di capo dello Stato e capo della Chiesa, accentrava nella sua persona due poteri: quello temporale e quello spirituale.

Il Concilio di Trento aveva anche ratificato la sua infallibilità, che si estendeva anche al campo temporale.

L’unico ceto laico era l’aristocrazia che, essendosi estinta quella derivante dagli antichi romani a causa delle invasioni barbariche, era costituita dalla cosiddetta aristocrazia “nera”.

L’avevano formata i Papi Farnese, Aldobrandini, Borghese, Chigi, Sforza, Odescalchi etc, concedendo ai loro familiari titoli nobiliari e privilegi.

Ecco perché in Italia tra clero e nobiltà non poteva esserci né contrapposizione, né competizione.

Il Cardinale diventava Principe, il Principe diventava Cardinale; quando un Papa veniva eletto, i suoi familiari diventavano nobili patrizi romani.

La borghesia romana era composta da notai, avvocati, cancellieri e medici al servizio della Chiesa.

Era una borghesia, a differenza di quella Lombarda e Toscana, refrattaria al seme illuminista, che invece stava illuminando l’Europa.

L’unico ceto vivo era il Popolo: analfabeta, irrequieto, superstizioso e scansafatiche, talvolta violento e sanguinario, comunque festaiolo e spiritoso.

Nel regno di Napoli la città “è un caos”, mentre le campagne dell’entroterra calabrese, pugliese, siciliano, lucano e abruzzese sono decimate dalla malaria e dal brigantaggio.

Mancano scambi per l’assenza di strade, i contadini sono alla mercé di baroni e parroci.

Di cosa vivesse il Popolo di Napoli nessuno storico è mai riuscito a spiegarlo.

Bergeret de Grandcourt racconta che il suo calzolaio gli si presentava “in abito di velluto con bottoni d’oro, calze bianche di seta e giustacuore d’oro, spada al fianco e pennacchio bianco”.

Gli straccioni, chiamati Lazzarelli o Lazzaroni, scriveva de Brosses col suo solito aristocratico orrore per la plebe “è la più formidabile canaglia, la più nauseabonda genìa che sia mai strisciata sulla faccia della Terra”.

In realtà questa canaglia era il risultato di una società basata sulle più clamorose e vergognose disuguaglianze.

Ricapitoliamo insieme alcuni passaggi della Controriforma della Chiesa, perché è bene comprendere in cosa consiste e quali conseguenze ha determinato sul piano culturale italiano, perché è la radice delle malformazioni che affliggono ancora oggi la nostra Nazione.

La Controriforma clericale restaurò il concetto di verità rivelata dall’alto, quindi solo dalla Chiesa, la quale non ammetteva nemmeno che il fedele si avvicinasse ai Sacri Testi, figuriamoci leggerseli da solo.

Da qui l’obiettivo di mantenere la popolazione analfabeta.

Solo il prete era qualificato a leggere i Sacri Testi, mentre il fedele doveva stare alla sua interpretazione.

Ne derivò un ferreo controllo sull’istruzione alla quale veniva avviato solo il personale di Chiesa e quello strettamente necessario all’esercizio del potere politico, intimamente legato alla Chiesa.

Ecco come si formarono i circuiti chiusi della cultura.

La cultura non aveva contatti con il pubblico perché il pubblico non poteva avere contatti con la cultura, essendo prevalentemente analfabeta; così la popolazione, a furia di essere tenuta ai margini della vita politica, perse ogni interesse verso di essa vivendo di espedienti e rassegnazione.

Scrittori e letterati, non trovando lettori nel Popolo prevalentemente analfabeta, semplicemente lo ignoravano e, di riflesso, il Popolo ignorava la conoscenza e la cultura.

Si era verificato il più catastrofico di tutti i fenomeni, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze e si conservano i vizi: il divorzio della Cultura dalla Società.

Mancando una clientela in grado di consumare i loro prodotti, intellettuali e letterati caddero nelle mani dei potenti di turno, ecclesiastici o aristocratici, i soli a fornirgli i mezzi per scrivere e pubblicare libri.

Inoltre in quell’oceano di analfabetismo, letterati ed intellettuali potevano rivolgersi solo ai loro pari, facendo nascere salotti ed accademie dalle quali la popolazione era esclusa.

Infatti, la nascita del concetto di Accademia, si basa sulla solitudine degli intellettuali, perché, non avendo un pubblico con il quale dialogare, potevano solo parlarsi fra loro.

Questa distorsione è un vizio che ancora oggi fa dell’Italia una delle culture più “alienate” d’Europa, ermetica, astratta e spesso distaccata dalla società e dai suoi problemi reali.

“Mentre in Francia si scrive il francese di Voltaire e Diderot e in Inghilterra l’inglese di Swift e di Hume, unicamente tesi a conquistare il cuore e il cervello del pubblico, e quindi schietti, immediati e senza fronzoli, in Italia si scrive l’italiano degli Arcadi, accademico, latineggiante, rancido di piaggerie, perché sempre rivolto al potente e quindi convenzionalmente retorico: un italiano bizantino fatto per dibattere problemi bizantini, che non hanno nulla a che fare con quelli che interessano la società”.

Nell’Europa del centro-nord la cultura dell’Illuminismo era impegnata a risolvere i problemi reali della società, ovvero la rappresentanza politica, le riforme amministrative, l’economia, la finanza, le leggi penali e civili, l’ordinamento giudiziario.

Invece in Italia l’eco dell’Illuminismo fu debole, perché la cultura continuava a correre dietro alle “fanciullaggini” dell’Arcadia, come le chiamava il poeta e scrittore Baretti.

Per chi pensa che le cose oggi siano cambiate perché tutti vanno a scuola, ecco due esempi che dimostrano come il problema culturale sia ancora attuale.

Nel 1894 il Ministro della P.I. Guido Baccelli parlò alla Camera dei Deputati degli scopi prioritari dell’insegnamento della sua “nuova” (!!) riforma della scuola. Affermava nel discorso alla Camera:

 “…… bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una……… unica materia di “nozioni varie”, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro, e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello delleducazione domesticae mettere da parte infine l’antidogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivereNon devono pensare, altrimenti sono guai!”

 Qualcuno dirà: “altri tempi” !!

Ebbene. L’anno 1970 era stato designato dalle Nazioni Unite l'”Anno internazionale dell’istruzione”, inteso a fare della scuola un organismo meglio rispondente alle esigenze di una progredita società democratica.

E’ del 1971 lo spiacevole verdetto emesso (alla sessioni di Parigi) dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCDE).

E trattandosi di scuola, l’Italia viene “bocciata” e con in calce alla sua “pagella” una “nota” in stile molto “scolastico” e molto amaro:
Arretrata nello studio dei processi di apprendimento, incapace di preparare i nuovi docenti per la scuola secondaria e per le esigenze da essa poste” – e conclude la nota -: “…mentre in quasi tutti i paesi si sono compiuti sforzi cospicui in materia di revisione dei programmi, di amministrazione e di politica scolastica, l’azione italiana in questo settore appare di una inquietante incoerenza“.
Sembra la pagella di un bambino,  invece è quella di una Nazione.

Risultato: oggi l’Italia è fanalino di coda tra i 30 Paesi più istruiti, sotto la Romania.

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