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10. Il Trattato di Pace di Utrecht. L’Enciclopedia.

by Stefano Quadri

Nel 1701, morto Re Carlo II di Spagna senza lasciare successori, la Francia guidata da Luigi XIV invase la parte meridionale dei Paesi Bassi, di proprietà spagnola, annettendola a sé.

Poiché con questa annessione la Francia determinò uno squilibrio politico e militare in Europa, L’Inghilterra e l’Austria si allearono contro la Francia trasformando i Paesi Bassi in un campo di battaglia (in un solo giorno, l’11 settembre 1709, morirono 32.000 soldati, di cui 12.000 francesi).

Data l’ecatombe, nel 1712 iniziarono le trattative per trovare un accordo e finalmente, l’11 aprile 1713, venne firmato il Trattato di pace di Utrecht, nel quale la Francia rinunciava al trono di Spagna ed i territori meridionali dei Paesi bassi vennero dati all’Austria assieme all’Italia.

Per UN SECOLO E MEZZO, dal 1559 (trattato di Cateau-Cambrésis) al 1713, l’Italia era stata una colonia spagnola.

Ora, con il trattato di pace di Utrecht, per un altro SECOLO E MEZZO, dal 1713 all’Unità d’Italia del 1861, l’Italia divenne una colonia equamente ripartita tra Francia, Spagna e Austria.”

Riflettiamo sul fatto che il trattato di Utrecht, che ci relega per altri 150 anni al ruolo di colonia, viene considerato in Europa una “pietra miliare della storia europea” con questa motivazione: “dopo due secoli di guerre sanguinose, l’equilibrio è finalmente ripristinato e si è pronti per mantenere e difendere la pace sul territorio europeo”.

Utrecht nel 1713 divenne la culla di quelle che oggi sono le Nazioni Unite, assumendo un’importanza ed un ruolo fondamentali.

Nel 2013, in occasione dei 300 anni del Trattato, Utrecht venne nominata “città culturale d’Europa”.

Di tutto questo in Italia non ha parlato né la TV, né i giornali. Abbiamo assistito solo al silenzio assordante della disinformazione, che continua, sulla falsa riga del passato, a trattarci da sudditi ignoranti e stupidi.

Nel 1700 in Olanda, Svizzera ed Inghilterra il Potere è già nelle mani del Parlamento, mentre in Francia, Austria e Spagna il Potere è ancora in mano agli Asburgo ed ai Borbone, di cui l’Italia è una colonia equamente ripartita.

Dopo il trattato di Utrecht del 1713, Nazioni come Olanda e Inghilterra agiscono in base a interessi nazionali e non dinastici.

L’Inghilterra cerca vantaggi concreti perché la guerra la fa il Cittadino, la paga con il suo sangue e i suoi soldi.

Il Cittadino inglese vuole il Canada, con il suo grano, legname e pellicce, vuole il controllo dei mari, mentre dei titoli e dei troni per il suo Re se ne infischia.

Il successo dell’Inghilterra, sia a livello nazionale che internazionale, è avvenuto anche grazie ad una concezione dello Stato che contraddice in pieno quello delle monarchie per diritto divino, che invece affliggevano ancora l’Europa.

L’Inghilterra ha una flotta invincibile, grandi banche, grandi industrie e una forte organizzazione politica all’avanguardia.

Infatti è in Inghilterra che nasce la rivoluzione industriale, perché la scienza inglese dà precedenza alla ricerca pratica, ovvero alla tecnologia.

Darby costruisce il primo altoforno, suo figlio il primo ponte di ferro; Reynolds la prima ferrovia; Wilkinson trova il modo di costruire le navi di ferro, consolidando l’assoluto dominio internazionale della flotta mercantile inglese; Hargreaves perfeziona il telaio, che produce il quadruplo di qualsiasi altro telaio europeo; Watt realizza la prima macchina a vapore.

L’elenco potrebbe continuare a lungo.

L’Inghilterra stava allargando il suo impero coloniale per cercare materie prime e vendere i suoi prodotti, non per arricchire la corona del Re di nuove province, come invece facevano spagnoli e francesi.

Gli Inglesi conquistavano le terre per procurare cotone e metalli alle proprie tessiture e fonderie, e questo è uno dei motivi principali per cui l’impero britannico ha resistito fino ai giorni nostri.

Nel 1776 uscì il libro di Adam Smith intitolato “Natura e cause della ricchezza delle Nazioni”, testo dal quale, secondo alcuni studiosi, nacque l’Economia Politica.

L’Inghilterra dell’epoca faceva scuola al resto d’Europa: non una scuola di alta filosofia, bensì di spirito pratico e utilitario, una cultura al servizio della società.

Nel 1743 il filosofo francese Diderot propose all’editore parigino Le Breton di pubblicare una Enciclopedia che raccogliesse tutto lo scibile umano, per renderlo comprensibile al Popolo, attraverso un linguaggio accessibile a tutti.

Il primo volume uscì nel 1751.

Oltre a Diderot vi presero parte, Bacone, Cartesio, Voltaire, Rousseau, d’Alambert e molti altri filosofi, con il sogno comune di sostituire la scienza alla religione.

L’opera enciclopedica fu un colpo micidiale al Regime ecclesiastico e totalitario e “rappresentò la rivoluzione prima della Rivoluzione”, infatti, quando uscì, la prima enciclopedia riscosse un successo clamoroso a livello mondiale.

Fu tradotta anche in Italia, ma vendette poco rispetto agli altri Paesi, perché l’analfabetismo dilagava e la cultura era privilegio di una piccola casta chiusa nelle Accademie, interamente asservita al potere politico ed economico.

Proprio quel potere che invece era il vero bersaglio dell’Enciclopedia.

In Francia i Filosofi concordavano su un punto: era venuto il momento di applicare la logica della ragione anche all’economia, e questa logica comandava che lo Stato si limitasse a garantire la vita, la libertà e la proprietà.

Nei processi produttivi lo Stato non doveva entrare, doveva lasciarli all’iniziativa dei singoli.

Fu un colpo mortale al principio di monarchia per diritto divino, dominatrice dell’Italia e svincolata da ogni impegno verso il Paese.

Non a caso, i filosofi che redassero la prima enciclopedia furono anche i precursori della grande Rivoluzione.

La Francia dell’epoca era sull’orlo della bancarotta ed il Ministro del Tesoro Turgot scrisse al Sovrano: ”Per sanare la situazione c’è solo un modo: ridurre le spese, e in misura tale che alla fine di ogni anno il conto si chiuda con almeno 20 milioni di attivo. Altrimenti è il fallimento”.

Questo preannuncio di austerità suscitò il furore dei ceti privilegiati, che consideravano le pubbliche finanze come un loro appannaggio privato.

I ceti privilegiati cercarono di screditare il Ministro del Tesoro Turgot, definendolo un rivoluzionario amico di Voltaire e Diderot, che distruggeva le fondamenta del loro regime.

Infatti era vero, perché, uno dopo l’altro, fece cadere tutti i privilegi e i monopoli sui quali vivevano i parassiti francesi, ovvero i ceti privilegiati, ed a furia di ridurre lo sperpero di denaro pubblico ridusse drasticamente anche il passivo dello Stato.

Il vecchio regime di privilegi ereditari e parassitismo rappresentato dall’aristocrazia e dal clero, fece grandi pressioni su Luigi XVI che, non sapendo resistere, obbligò il Ministro del Tesoro Turgot a dare le dimissioni.

Federico di Prussia disse che con il licenziamento di Turgot, la monarchia francese aveva firmato la propria condanna a morte.

Voltaire scrisse: “Ora che Turgot se n’è andato, a me non resta che morire”.

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